domenica 17 giugno 2012

Oskar Schlemmer: il Balletto triadico

Oskar Schlemmer, 1931

"Come si comportano i ballerini con questi costumi? È ancora possibile danzare con essi?
Si comportano in vario modo. Gli uni, il cui ideale è rappresentato alla libera danza come mezzo di espressione immediata, rifiutano nettamente questi costumi 'innaturali'. Dopo i primi salti avrebbero già distrutto il costume. Gli altri vi intravedono nuove possibilità per oltrepassare i limiti del puro movimento del corpo. Non è facile danzare con questi costumi, anzi credo che ciò richieda un alto grado di disciplina corporea per fondere corpo e costume in un'unica unità." (Conversazione con Oskar Schlemmer, 1928)


Anche se la prima idea e la maturazione del balletto è precedente, (a cavallo della prima guerra mondiale nella seconda metà degli anni dieci), il Balletto triadico di Oskar Schlemmer è generalmente considerato una delle punte più alte e significative della stagione progettuale del Bauhaus.
Schlemmer concepì l’opera come una corrispondenza ‘matematica’ e ‘proporzionale’ tra uomo e spazio, con un ritmo che doveva servire ad un’ideale ‘riunificazione con il cosmo’.





“La prima rappresentazione del Balletto triadico – scrive Marina Bistolfi nell’ancor oggi fondamentale Oscar Schlemmer, Scritti sul teatro, Feltrinelli, 1981 - ha luogo il 30 settembre 1922 (quindi già in piena stagione Bauhaus) al Landestheater di Stoccarda. La struttura del balletto è fondata sulla triade, l’accordo dei tre, poiché in questo numero l’egoismo dell’uno e la contrapposizione dualistica vengono superati per far posto al collettivo; l’uno il due e il tre si alternano e fondono: tre sono i danzatori, una donna e due uomini, tre le sezioni del balletto composto da dodici danze eseguite da diciotto costumi: di tre elementi si compongono i raggruppamenti formali: forma colore spazio, altezza profondità larghezza, sfera cubo piramide, rosso blu giallo.”



Momento essenziale del balletto è per Oskar Schlemmer il costume, da cui si sviluppa la ‘geometria della scena danzata’. Il corpo del ballerino deve adattarsi necessariamente all’astrattezza e alla rigidità del costume stesso ed è quindi il mezzo che permette di abbandonare la narrazione emotiva o naturalistica e assumere una ragione ‘costruttiva e formale’ e non più, o non solo, ‘decorativa’.


“La scena come luogo dell’evento temporaneo offre il movimento della forma e del colore: in primo luogo nella sua configurazione primaria, come forme in moto (cromatiche o meno, lineari, di superficie ovvero plastiche), spazio e quadri architettonici convertibili. Il palcoscenico visuale assoluto consisterebbe – in teoria – in un simile, caleidoscopico gioco variabile all’infinito, ordinato secondo una succesione regolare. L’uomo, l’elemento animato, verrebbe bandito dall’ambito visuale di un tale organismo meccanico. Egli si troverebbe invece come ‘manovratore totale’, al quadro comandi della centrale, dal quale governerebbe la festa dell’occhio.” (Oskar Schlemmer, 1925)


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