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sabato 3 marzo 2012

Attenti al lupo!


Mentre la città di Bologna si ferma per l'ultimo saluto a Lucio Dalla, noi vogliamo ricordarlo con una delle sue canzoni più famose, con la fiaba e la metafora di Cappuccetto Rosso e l'avvertimento, che ci arriva da Charles Perrault, di stare sempre Attenti al lupo, "... perché dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere."



I disegni sono di Walter Crane, le parole di Perrault tradotte da Collodi, la musica di Lucio Dalla, costruttore di fiabe, di metafore e di poesia.






martedì 23 agosto 2011

I colori di Cappuccetto

La lingua batte sempre dove il dente duole. Così, avevamo appena finito di occuparci di Cappuccetto Rosso che Sandro Savorelli ci segnala una bella pagina dedicata al nostro eroe (eroina?!) da Michel Pastoureau, uno dei massimi studiosi europei del Medioevo, largamente noto e tradotto anche in Italia. Pastoureau, naturalmente, affronta il problema dal punto di vista che più gli è congeniale, quello del colore, e situa l'analisi della storia di Cappuccetto all'interno della simbologia medievale, che vedeva nella triade bianco-rosso-nero la composizione-accordo cromatico più significativa.
Michel Pastoureau è direttore dell'Ecole pratique des hautes études e titolare della cattedra di Storia del Simbolismo in Occidente. Tra i titoli nella sua bibliografia possiamo segnalare Il piccolo libro dei colori (Ponte alle Grazie, 2006), L'Orso. Storia di un re decaduto (Einaudi, 2008) e Medioevo simbolico (Laterza, 2009).


(...) Nelle fiabe e nelle favole, se capita che i titoli contengano termini indicanti colori, le note colorate sono rare. Bisogna leggere molto per raccoglierne un po'. Però si tratta di note forti e, come le fiabe, si tratta di retaggi che vengono da lontano. Essi si articolano principalmente attorno alla triade primitiva nero-bianco-rosso, tre colori che per secoli, se non per millenni, hanno rivestito un ruolo simbolico più marcato rispetto a tutti gli altri. L'esempio più esplicito è senza dubbio quello di Cappuccetto Rosso.

In questa celebre fiaba la domanda essenziale riguarda il colore: perché rosso? Be', si tratta di una domanda che si sono posti in pochi. In compenso si tratta di una fiaba stra-studiata, sulla quale si sa tutto o quasi, nello specifico la sua lontana origine nella cultura orale del Medioevo occidentale: è già documentata nella regione di Liegi attorno all'anno Mille, con il titolo La Petite Robe rouge, il vestitino rosso. Ma come spesso accade, la ragione di quel colore rimane oscura.

Perché rosso? Di primo acchito si potrebbero proporre spiegazioni banalmente simboliche: il rosso allude alla crudeltà del lupo, all'uccisione della nonna, al sangue che sta per scorrere. Un po' sbrigativo, anche se volessimo affermare che il lupo è il Diavolo. All'inverso, l'idea che quell'indumento rosso sia una cappellina magica, una sorta di Tarnkappe che proteggerà la ragazzina dalla crudeltà del lupo, non è sbagliata, ma rimane carente. Rischiando di apparire un po' anacronistici potremmo osare un'interpretazione psicoanalitica. Il rosso sarebbe quello della sessualità: la ragazzina, alla soglia della pubertà, avrebbe in realtà molta voglia di finire a letto con il lupo. Questa è un'interpretazione moderna che ha affascinato alcuni esegeti, in particolare Bruno Bettelheim nel suo celebre Psicoanalisi delle fiabe (in italiano Il mondo incantato, Feltrinelli, 1977 n.d.r.).

Illustrazioni di Margareth Tarrant
Partendo da tre versioni medioevali trasmesse oralmente e non da quelle ingentilite di Perrault o dei fratelli Grimm, Bettelheim sottolinea la dimensione selvaggia e sessuale della storia: il lupo invita la ragazzina a spartire con lui la carne della nonna che ha appena sgozzato e persino a berne il sangue; poi la fa mettere a letto e intrattiene con lei un commercio carnale di altra natura – o comunque se non è il lupo a violentare la ragazzina lo fa il cacciatore dopo averlo ucciso. Secondo Bettelheim il rosso simboleggerebbe questa doppia dimensione, antropofaga e sessuale.
Ma nel simbolismo medioevale dei colori il rosso ha davvero una connotazione sessuale? Non ne sono certo. Inoltre, in qualità di storico, so bene che la psicoanalisi è uno strumento che appartiene al nostro tempo e che non si può trasporre tale e quale nel passato.

Le spiegazioni di tipo storico sembrano poggiare su basi più solide, ma ci lasciano comunque insoddisfatti. Vestire i bambini di rosso è una pratica che risale a molto lontano, soprattutto in ambiente contadino: sta forse semplicemente lì la ragione dell'abbigliamento rosso della ragazzina. A meno che questa, per andare a trovare la nonna, non abbia indossato il suo capo più bello e quindi, come spesso nel Medioevo per le donne, un capo rosso. O forse il rosso allude al giorno in cui la tragica storia si svolge, la Pentecoste, una delle principali festività cristiane, quella in cui si celebra la discesa dello Spirito Santo e, in chiesa come fuori, tutto è addobbato di rosso, colore liturgico che simboleggia lo Spirito. La versione più antica della fiaba, quella datata attorno all'anno Mille, non dice però che la vicenda ha luogo il giorno di Pentecoste, ma che la ragazzina è nata in quel giorno: e sarebbe per questo votata al colore rosso.

Quest'ultima spiegazione è certo quella corretta dal punto di vista storico-culturale, ma dobbiamo riconoscere che ci lascia un po' delusi. Rimangono allora solo le spiegazioni di ordine semiologico, basate sulla struttura della fiaba e sulla distribuzione ternaria dei colori. Il rosso infatti non deve essere inteso autonomamente, ma in relazione agli altri colori, esplicitati o meno che siano: la ragazzina vestita di rosso porta una tazza di burro bianco a una nonna vestita di nero (il fatto che il lupo ne prenda il posto nel letto non cambia niente al colore del destinatario). Troviamo qui i tre colori «polari» delle culture antiche, quelli attorno ai quali si articola la maggior parte delle fiabe e delle favole che mettono in scena il colore. Nella favola del corvo e della volpe, ad esempio, un corvo nero fa cadere un formaggio bianco di cui s'impadronisce una volpe rossa. E in Biancaneve una strega nera offre una mela rossa a una ragazza bianca. La distribuzione dei colori varia ma il loro avvicendarsi si costruisce sempre attorno agli stessi poli cromatici e simbolici: bianco, rosso, nero. Dobbiamo spingerci oltre nell'analisi?


Da: Michel Pastoureau, I colori dei nostri ricordi, Ponte alle Grazie, 2011

giovedì 18 agosto 2011

Cappuccetto e cappuccetti


Roberto Innocenti ci ha raccontato una Cappuccetto rosso nelle periferie di complessa modernità, dramma e favola e presa di posizione sociale e politica al tempo stesso. Il Cappuccetto di Roberto è dunque 'rivisitato' nella ‘lettera’ ed è questo il destino cui va incontro sempre la fiaba quando passa di bocca in bocca, di cultura in cultura, di paese in paese, di tempo in tempo, e in ogni momento aggiunge i sedimenti di nuove narrazioni e interpretazioni (storiche, letterarie, antropologiche) a quelle precedenti. È in fondo la teoria, cara agli antropologi, del “soffio sulla cenere”, che solleva scintille che ricadono in ogni dove senza che se ne possa rintracciare l’origine. Patrimonio comune, quindi, di tutti i popoli e le culture, metafore che, da vernacolari, si fanno universali.


Di Cappuccetto rosso, comunque, ben si conosce l’atto di nascita letterario, quel 1697 quando Charles Perrault dette alle stampe i suoi Racconti di Mamma Oca (Le Petit Chaperon Rouge), e si conosce molto bene anche la rivisitazione che, nel 1812, i Fratelli Grimm pubblicarono nel loro Kinder- und Hausmärchen (Rotkäppchen) Le due narrazioni, sostanzialmente simili se non per il finale, sono le versioni più note della fiaba e raccontano delle difficoltà di entrare ‘nel bosco’, di mettersi in contatto con la trasformazione del proprio corpo, con i complessi edifici irrisolti o in via di risoluzione. Una fiaba di formazione e di crescita che nega o riconferma il ruolo protettivo della paternità, che si nutre delle passioni ‘rosse’ della bambina e del suo entrare e uscire (o entrare e ‘non uscire’, secondo Perrault) da quel bosco misterioso che è la propria sessualità. Ma di tutto questo parla molto bene Bruno Bettelheim e al suo Mondo Incantato rimandiamo il lettore che volesse saperne di più e di meglio.

Gustave Doré, 1867
Per quanto riguarda l'illustrazione va da sé che una prima doverosa citazione si deve a Gustave Doré che, della versione di Perrault, ci ha dato immagini irrinunciabili. La bambina non ha un cappuccetto innanzitutto, ma un cappelluccio a ricottina, e la sua familiarità con il lupo, specialmente nella scena del letto, ce la rende quantomeno sospetta. Qui non c’è paura né conflitto; Cappuccetto, accanto alla nonna-lupo, appare quasi complice del malfattore. Sacrifica la sua innocenza con impudica noncuranza, è serena, tranquilla, non ignara di quanto sta succedendo. Se non complice, almeno connivente.

Gustave Doré, 1867

Emanuele Luzzati, 1988
Naturalmente l’esempio di Doré è il più illustre e nel corso degli anni le versioni di Cappuccetto poco o molto significative si sono contate a centinaia: senz'altro da ricordare quelle di Lele Luzzati (contenuta in una strenna Olivetti del 1988), quelle di Kveta Pacovska, Tony Ross e Lisbeth Zwerger, quelle cromatiche (giallo, verde, blu, bianco...) di Bruno Munari.

Un accenno anche alla rivisitazione del 1934 dovuta a Walt Disney che introduce Cappuccetto nel mondo dei suoi tre porcellini e ne dà una versione umorale e sapida, contrapponendo la leziosità danzata di Cappuccetto alla voracità sanguigna e picara del lupo. Siamo qui all’interno di un topos di Disney (‘Squadra che vince non si tocca’) ma di tutto quanto siamo andati fin qui dicendo, sessualità, formazione, complessi edipici irrisolti, non si trova traccia.



Di ben altra modernità e sensibilità le versioni che, in anni a noi più recenti, hanno dato della fiaba Sarah Moon, Chiara Carrer, Nicoletta Ceccoli, Octavia Monaco e Fabian Negrin.

Sarah Moon, 1983
Sarah Moon è una grande e celebrata fotografa di moda e si avvicina a Cappuccetto tramite i buoni uffici di Etienne Delessert che aveva progettato e realizzato, all’inizio degli anni ’80, una collana di libri di fiabe edita in Francia da Grasset e in America da Creative Editions, e che si avvaleva dell’opera non solo di illustratori famosi, ma anche di grafici, fotografi, artisti, di gran prestigio. Dell’importanza complessiva di quelle edizioni (mai pubblicate in Italia) dovremo comunque riparlare.

Sarah Moon illustra la fiaba di Perrault con 12 foto notturne crudeli e impietose. La bimba Cappuccetto si aggira nella città di notte, corre per le strade deserte, incontra naturalmente un lupo (se ne vede solo l’ombra ma il segno della sua presenza perversa e incombente, l'auto nera di gran lusso, invade le pagine), e alla fine lascerà traccia della sua esistenza disincantata e impaurita solo tra le lenzuola di un letto sfatto.

Sarah Moon, 1983

Chiara Carrer e Nicoletta Ceccoli (inserite da Tiziana Roversi nella mostra bolognese, dedicata qualche anno fa  a Nero lupo, rosso Cappuccetto) si segnalano soprattutto per la sottile e intrigante ambiguità che pervade le loro illustrazioni.

Chiara Carrer, 2005
Chiara parte da lontano e illustra una preesistenza, recuperata dall’antropologo Paul Delaure, nella tradizione orale francese. La fiaba de La bambina e il lupo è ben più antica della versione di Charles Perrault. È una storia 'di donne', una sorta di protoguerra dei sessi che va combattuta senza esclusione di colpi, cruda come ogni storia archetipica, dove la bambina vince perché riesce a superare la prova.

Le  illustrazioni di Chiara Carrer, pubblicate in volume da Topipittori nel 2005, sono magnifiche e inquietanti nella loro essenzialità. Tutte giocate con collages 'elementari' sui toni del rosso e del nero, con poche tracce di giallo paglierino. La bambina è aperta, curiosa, timorosa, impaurita, scaltra come deve essere. Il lupo Bzou è inquietante e luciferino, perfido, sanguinario e libidinoso, ma l'angoscia palpabile del racconto nasce semmai dal contesto in cui i personaggi agiscono, nelle aperture teatrali di rosso e nero, negli squarci di luce, nell'intreccio spinoso dei boschi.

Attenzione; la trama è molto simile al consueto. La bambina va a portare alla nonna la focaccia calda e il latte. Il lupo Bzou la precede lungo la strada delle Spine e si mangia la nonna "ma non tutta; un po' ne mise da parte nella credenza, caso mai più tardi gli fosse venuta fame".
Poi si mette a letto ad aspettare la bambina. Che viene, e il lupo cerca di farle mangiare i pezzetti avanzati della nonna; la bambina si spoglia e si mette a letto con il lupo. Quando si arriva a "che bocca grande che hai", "per mangiarti meglio", la bambina però vuole uscire all'aperto perchè le scappa la pipì. Il lupo deve farla andare ma le lega un filo di lana ad una caviglia per costringerla a tornare indietro. Appena fuori, la bambina strappa il filo e fugge libera verso casa.

Chiara Carrer, 2005

Una prova magistrale di Chiara Carrer. Sono tocchi lievi, quasi avari di segno, ma netti e precisi, quelli di Chiara; riescono a trasmettere quella sorta di angoscia che le grandi fiabe debbono e sanno trasmettere.

Nicoletta Ceccoli, 2005
Nicoletta Ceccoli illustra la versione dei fratelli Grimm e sovrappone al finale consolatorio di quella lezione (il cacciatore che arriva a salvare nonna e nipote dalla pancia del lupo), le angosce e le ambiguità che costituiscono da sempre, la sostanza del suo disegnare.
Colori densi e figurazioni sfumate. Una natura apparentemente serena, ma nella sostanza ‘liquida’, quella che prende Cappuccetto e che vorrebbe, insieme al lupo azzurro, sinuoso come un serpente, avvolgere la bambina tra le sue spire e farla scomparire al suo interno. Nicoletta Ceccoli mette in scena una sorta di cannibalismo morale, e della fisicità dei personaggi mantiene solo la carica onirica e deviata, più da incubo che da sogno.

Octavia Monaco, 2005
Octavia Monaco, anche lei nella mostra bolognese di Tiziana Roversi, illustra un'altra  delle fiabe 'parallele' di Cappuccetto; quella Finta nonna che era già stata inserita da Italo Calvino nel corpus delle Fiabe italiane.
D'altra parte Octavia non poteva fare scelta più conseguente, abituata com'è a illustrare i suoi libri 'sovrapponendosi' al testo e svolgendo così un proprio discorso artistico conseguente e parallelo. Le illustrazioni ci appaiono quindi completamente riferite e completamente 'astratte'; raccontano una storia per via di suggestioni e impressioni, nulla concedendo all'ovvio e al già visto.

Ultima citazione per Fabian Negrin, che disegna per Orecchio Acerbo, nel 2003, la storia della bambina vista dalla parte del lupo. Una storia di incanti e passione, In bocca al lupo, di equivoci e malintesi con Cappuccetto, dal lunghissimo cappello rosso, che avanza nel bosco e con il lupo Adolfo che si innamora di lei perché non ha mai visto cosa più bella. Il cacciatore verrà a spezzare l'incanto e l'angelo-lupo non potrà che salutare dall'alto di una nuvola il suo perduto amore. Una riscrittura in piena regola ma d'altronde Fabian ci ha abituato da gran tempo a non stupire mai di nulla, a gustare con curiosità e sorpresa tutto quello che esce dalla sua magica penna di illustratore e di scrittore.

Fabian Negrin, 2003

lunedì 1 agosto 2011

Cappuccetto nelle periferie


Stanchi dei soliti aggeggi elettronici, dei giocattoli che si muovono e si trasformano, dell'usuale 'fuffa' che ingombra ormai in modo bulimicamente invadente le camerette dei nostri bambini non resta che rivolgersi alla buona, vecchia nonnina che ci possa raccontare una fiaba. Ma anche la nonnina è frutto dei tempi: è un ologramma minuscolo, una fatina virtuale che narrerà una storia molto conosciuta, Cappuccetto rosso, ma lo farà certo a modo suo. E se Gianni Rodari aveva raccontato Alice nelle figure, la nonnina di Roberto Innocenti ci reciterà un Cappuccetto nelle periferie, aggrappato tra terrazze di case popolari e bidonville, svincoli autostradali intasati, degrado urbano e rutilanti outdoors pubblicitari. Una visione macabra e realistica al tempo stesso, raggelante, dell'ambiente che Cappuccetto attraversa per giungere a "portare la stiacciata e il panetto di burro" alla nonna "incomodata".




Cappuccetto esce di casa e si trova immersa in una periferia senza nome, ingombra di tutti i segni e i simboli del consumo, dell'uso e dell'abuso. La pubblicità dipinge i muri, ogni centimetro quadrato rigurgita di immagini e colori anarchicamente postati. Tutto luccica in questa società, ma tutto è anche plumbeo e triste; il cielo è nero, opprimente, la strada umida e fangosa e la gioia apparente lascia il posto a quello spleen urbano, caoticamente deprimente, che accomuna tante periferie, da Roma a Londra a Rio de Janeiro, di questo mondo affannato e senza identità.



La periferia lascia mano e via libera al degrado. Cumuli di copertoni usati nel recinto dell'immancabile sfasciacarrozze, baracche di foratini e bandone addossate a capannoni industriali forse dismessi: tutto ci parla, mentre stoicamente Cappuccetto avanza verso la casa della nonna, di un ambiente senza speranza, senza sogni, arreso al proprio inarrestabile decadimento, risacca di un fiume urbano di avanzi e rifiuti che sembra non fare prigionieri.



Cappuccetto non può non fare incontri pericolosi e inquietanti in questo panorama di sfascio. I teppisti che la circondano, la tormentano e la sbeffeggiano vengono però messi in fuga da una sorta di Darth Vater di borgata, ambiguo e eccitante nella sua palandrana di pelle, con la motociclettona nera, rombante e potentissima, protesi simbolica della sua ostentata e ambigua virilità.
Cappuccetto sale in moto e si fa portare fino al raccordo, dove "il lupo" la lascia, e continua a piedi verso "la casa della nonna". 
Non ti fidare Cappuccetto "... perché dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e pieni di complimenti e di belle maniere. (Charles Perrault)"



E naturalmente il "lupo" precede la bambina e giunge prima di lei alla casa della nonna, una roulotte baraccata  priva di tutto ma provvista di antenna parabolica, dove passare forse le serate in compagnia di una soap opera o del Grande fratello.


Ci si avvia alla conclusione della fiaba e il lettore potrà scegliersi il proprio finale. La bambina e la nonna verranno 'digerite' dal "lupo cattivo" o saranno salvate dal "cacciatore", arrivato nei panni di una task force della polizia, con giornalisti, fotografi e telecamere al seguito? In questo caso (il finale dei Fratelli Grimm, caro a Bruno Bettelheim) si avrà il consueto Happy End. Nell'altro caso, quello di una fine amara e per nulla consolatoria (il finale di Charles Perrault e di Collodi), la storia della bambina dal cappuccetto rosso sarà una delle tante notizie di cronaca di questo mondo disperato e crudele.

Ci sono voluti più di due anni di lavoro a Roberto Innocenti per completare questa sua "fiaba" moderna. Una storia metropolitana gonfia di tutti i 'miti' della contemporaneità, vuoti, perlopiù, e spersonalizzanti.
Il libro sarà presentato alla Fiera di Francoforte, in ottobre, e verrà pubblicato, in data ancora da stabilire, da Creative Editions per l'edizione americana e, crediamo, dalla Margherita per l'Italia. Dopo la Casa del tempo un'altra opera di Innocenti che si pone nel quadro della presa di posizione politica e civile di cui il grande illustratore ha fatto la ragion d'essere più significativa della sua attività artistica.