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domenica 2 settembre 2012

Illustrazione d'antan. 6. Arthur Rackham

Arthur Rackham, illustrazione per Gulliver's Travels, 1909

Nato a Londra nel 1867 e morto nel 1939, Arthur Rackham si trova nel passaggio, non solo temporale, tra XIX e XX secolo, tra austerità vittoriana, decorativismo liberty e sensibilità moderna. Con tutte le inevitabili tensioni e incertezze tra questi passaggi artistici ed epocali.

Arthur Rackam, illustrazione per English Fairy Tales, 1918

Arthur Rackham è comunque, sempre, un disegnatore straordinario e, nelle centinaia di libri che venne a illustrare nel corso di una carriera prodigiosa, riuscì a costruire un proprio mondo di riferimento particolarissimo e quasi esclusivo, popolato in maniera soavemente invadente da elementi magici, dagli eroi della mitologia germanica e anglosassone, dai personaggi delle fiabe e della letteratura, classica o contemporanea, fusi sempre in una sorta di new age ante litteram, con la natura che si anima e si contorce sotto i battiti d’ala e il frusciar delle vesti delle fatine, e gli sberleffi caricaturali degli gnomi.

Arthur Rackam, illustrazione per Rip Wan Winkle, 1905

Un mondo neogotico particolarissimo, quello di Rackham, fatto di segni di penna nervosi e di colori delicati al limite del monocromatismo, lontano dalla rigida austerità di John Tenniel, ad esempio, (“Your delightful Alice – scrisse H. R. Robertson – is alive and makes by contrast Tenniel’s Alice look a stiff wooden puppet.”), teso magari a vestire Alice di una sensibilità nuova e diversa, di un tremore già adolescenziale  e quasi impudico. L’Alice disegnata da Rackham nel 1907 non è più quella bimbetta petulante  e antipatica, ma in fondo rassicurante, che Tenniel ci aveva  affidato, e che ancor oggi è l’immagine più conosciuta e ‘vincente’ del personaggio di Lewis Carroll. Alice è qui una figura panica, sempre in contatto stretto, quasi simbiotico, con gli altri elementi della storia e dell’illustrazione, animali, foglie, funghi, alberi contorti, carte da gioco o altri oggetti di scena.

Arthur Rackam, illustrazioni per Alice's Adventures in Wonderland, 1907



Dicevamo della straordinaria carriera del nostro e delle centinaia di libri che ebbe a illustrare: le fiabe dei Grimm e di Perrault, ma anche quelle di Esopo, le nursery rhymes inglesi di Mother Goose, le leggende del ciclo di Artù, ma anche l’Anello del Nibelungo, la letteratura classica (lo Shakespeare del Sogno di una notte d’estate, così congeniale alla sensibilità fiabesca dell’artista, ma anche quello corrusco e misterioso del Macbeth) o i Viaggi di Gulliver, le storie ‘americane’ di Washington Irving (Rip Van Winkle e Sleepy Hollow), la letteratura a lui quasi contemporanea, dal Canto di Natale di Dickens ai racconti di Edgar Allan Poe, quelli che sarebbero diventati i grandi classici della letteratura  ‘per ragazzi’, dal già citato Alice nel Paese delle Meraviglie, al Vento tra i salici di Kenneth Grahame, al Peter Pan nei Giardini di Kensington di James. M. Barrie.

Arthur Rackham, illustrazioni per Peter Pan in Kensington Gardens, 1906

In un percorso di qualità sempre straordinariamente alta non c’è dubbio che proprio quest’ultimo titolo, il Peter Pan nei Giardini di Kensington, rappresenti una tappa importante e, quasi, esemplare. Peter Pan è il bambino che non vuole crescere, che è rimasto tra il Qua e il Là, mezzo bimbo e mezzo uccello, confuso con la natura dei Giardini, orchestra, con il suo flauto, per i balli notturni delle fate. Rackham, come si può capire, si muove qui sul suo terreno, e  non si lascia certo sfuggire l’occasione per darci un ritratto indimenticabile della magia notturna dei Giardini, a cavallo tra fantasia poetica, ricerca del mistero, gusto del grottesco.

Arthur Rackham, illustrazione per Peter Pan in Kensinton Gardens, 1906 

C’è solo da rammaricarsi che il genio figurativo del più grande tra i cantori del piccolo popolo abbia dato la stura a tutte quelle melense e stucchevoli fatine con le alucce, sedute o non sedute su foglie e funghi, drappeggiate di veli o stracci che, in carta, plastica o terracotta, hanno invaso, inarrestabili,  le bancarelle new age di ogni parte del mondo.

Arthur Rackham, illustrazioni per A midsummer's Night Dream, 1930 


Per saperne di più; James Hamilton, Arthur Rackham, a Life with Illustration, Pavilion Books, Londra, 1990.

lunedì 6 febbraio 2012

Un Canto di Natale

Tempo di bicentenari questo 2012. Avevamo appena fatto in tempo a ricordare che proprio in quel 1812 era stata pubblicata la raccolta delle Fiabe dei Fratelli Grimm che subito la cronaca ci ha rammentato la nascita di Charles Dickens. Alias del Manifesto ha dedicato domenica 5 febbraio alcune pagine allo scrittore inglese. Tra gli altri contributi (di Francesca Lazzarato, Mario Lavagetto, Clotilde Bertoni, Stefano Jossa) anche una riflessione di Andrea Rauch sull'illustrazione del Canto di Natale. 
La ripubblichiamo di seguito.

Prima edizione del Canto di Natale; illustrazione di John Leech, 1843

La fredda Londra della miseria e della diseguaglianza
Andrea Rauch

A Christmas Carol, scritto da Charles Dickens nel 1843, in poco più di due mesi, per essere pubblicato in tempo per le feste natalizie (una strenna diremmo oggi), fa parte di una serie di cinque racconti dedicati al Natale che l’autore pubblicò fino al 1848 e che, sotto l’apparenza di favola edificante, descrivono uno dei temi più cari all’autore inglese, quasi un nervo scoperto: la vita dei ceti sociali economicamente svantaggiati (i ‘poveri’ si sarebbe detto in tempi di no politically correct) e la denuncia vibrante delle situazioni di sopruso e pregiudizio. In questo Dickens è coerente con se stesso e aggiunge una tessera a quel gigantesco mosaico letterario che sarà il suo carattere distintivo e necessario. Il racconto della Londra tetra e austera, la Londra fredda della miseria, della disuguaglianza, dell’ingiustizia, è centrale nel Canto di Natale e l’arido Ebenezer Scrooge, con la sua leggendaria e antonomastica grettezza morale, ne è l’alfiere ineguagliabile e ineguagliato.

Ma naturalmente tutto ciò è storia e se noi oggi leggiamo ancora il Canto di Natale, certo non lo facciamo per la sua vena popolare e populista. Il Canto di Natale, al di là del suo innegabile fascino letterario, è uno dei libri che più ha avuto la ventura di stimolare l’immaginario dei lettori e di prestarsi, nel tempo, ad essere indagato dalle matite e dai pennelli di tanta grande illustrazione. A cominciare da quel John Leech, disegnatore del Punch, che ebbe per primo l’onore e l’onere di dar volto all’avaro Scrooge e ai tre spiriti del Natale. Per poi passare, in rapida e certo molto parziale carrellata, a Arthur Rackham, Libico Maraja, Lisbeth Zwerger, Roberto Innocenti; senza dimenticare Carl Barks che, ispirandosi all’avaro dickensiano, diede vita nientemeno che al suo Paperon de’ Paperoni (Uncle Scrooge, appunto, nell’originale disneyano).

Arthur Rackham, 1915

Lo spazio di quest’articolo non ci consente di esaminare diffusamente gli illustratori che si sono occupati del Canto. Ci vorremmo però almeno soffermare su due degli artisti, forse significativamente situati in anni molto lontani del percorso: Arthur Rackham, che illustra il libro nel 1915 e Roberto Innocenti che vi si dedica nel 1990.
Due estremi, non solo epocali, inseriti, il primo in quella sorta di new age liberty che voleva essere anche la risposta a un troppo rigido formalismo vittoriano, e il secondo in una sacca di iperrealismo che lascia scorgere da una parte la ricostruzione puntuale degli ambienti e dei personaggi e dall’altra la loro sostanza irrealmente stralunata.

Arthur Rackham, 1915

Quando Rackham si avvicina al Canto di Natale ha già illustrato Alice in Wonderland e Peter Pan in Kensington Gardens e ha, quindi, già costruito il suo universo di riferimento ideale, popolato di elementi tra loro eterocliti e discordanti. Nella città e i giardini disegnati da Rackham si muove sempre con disinvoltura il 'piccolo popolo', le fate volano libere, la regina Mab tiene corte e il Cappellaio Matto prende il tè con la Lepre Marzolina.

Arthur Rackham, 1915

Arthur Rackham, 1915

Certo, la Londra di Dickens non è un Paese delle Meraviglie, e nemmeno quella che dipinge Rackham vuole esserlo, ma l’atmosfera che l’artista fa intravedere nei suoi disegni nervosi ed eleganti, anche quando affronta gli aspetti macabri e angosciosi del racconto, appare sempre irreale e leggera. Una fiaba appunto.

Arthur Rackham, 1915

Roberto Innocenti invece si immerge nella Londra di Dickens e ne succhia l’anima, quasi con un’istintiva lettura ‘politica’ del testo. Le vie fredde e cupe appaiono in tutto  come la proiezione di uno stato d’animo scostante, il ritratto di una dolorosa miseria sociale e personale. I mattoni dei muri della città sono neri e opachi di nebbia e carbone. Nelle strade costipate, su per le scale buie, nei vicoli abitati da un sottoproletariato cencioso, degradato, inquietante, i fantasmi del Natale passato, presente e futuro mostrano a Ebenezer Scrooge la desolazione della sua vita e gli indicano la via per un possibile, diverso, esito.

Roberto Innocenti, 1990

Nemmeno questo esile segno di speranza basta però ad allontanare l’impressione di tristezza inquieta che la neve pasticciata dai passi o l’angustia dei vicoli sporchi trasmettono come una febbre. La stessa febbre forse, che aveva spinto Charles Dickens a descrivere quel mondo e a dargli voce.

Roberto Innocenti, 1990

Roberto Innocenti, 1990

Roberto Innocenti, 1990

Per chi vuole saperne di più sull'iconografia del Canto di Natale si consiglia l'edizione pubblicata da Interlinea nel 2009 che contiene un breve saggio di Walter Fochesato sugli illustratori delle edizioni italiane del libro.