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giovedì 13 ottobre 2011

Maestri 16. Roland Topor

Pittore, illustratore, scrittore, Roland Topor nasce nel 1938 a Parigi, figlio del pittore e scultore polacco Abram Topor. Studia all'École nationale supérieure des beaux-arts di Parigi e, dal 1961 al 1965, collabora alla rivista satirica “Hara-Kiri”. È tra i fondatori, nel 1962, del movimento surrealista Panique assieme a Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky. Muore nel 1997.


Chi ebbe la fortuna di conoscere, anche solo superficialmente, Roland Topor non riesce a dimenticare la sua risata; forte, acuta, invadente, sfrontata, continua. Quasi un segno di distinzione, una griffe di nobiltà smodata tutta proiettata all’esterno, capace di colpire come una frustata e creare scandalo. Tutta il contrario della sua arte, comunque, ridondante anch’essa, rigonfia di idee e segni febbrili e inquieti, ma proiettata sempre all’interno di sé, un’arte angosciante e ‘panica’.
"Per guadagnare da vivere – diceva – io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura... La realtà in sé è orribile, mi dà l'asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente una immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano".

Nei suoi giochi onirici e folli, specchio di una realtà che fa paura, Topor rappresenta quindi sempre l’uomo con le sue frustrazioni e le sue angosce e ce ne racconta un quotidiano allucinante e assurdo che diventa normalità, ricorda Gianmaria Giorgi, “… con la perversione del realismo, la crudeltà della verità, l'inquietudine dell'ironia più dissacrante.”




Roland Topor  sfugge in ogni caso a definizioni settorializzanti. Romanziere di buon successo (un suo racconto, La locataire chimérique, fu tradotto in film, L’inquilino del terzo piano, da Roman Polanski), pittore, disegnatore, animatore (preparò i disegni per il cartone animato di René Laloux Le planète sauvage).


Nell’opera solitaria di Topor si trovano affinità con i grandi movimenti artistici del novecento (Dada, la metafisica, Fluxus, la Pop Art…) naturalmente miscelati con una raffinata conoscenza dei grandi illustratori dell'ottocento e conditi con una punta (più che una punta) di umorismo nero. Si potrebbe continuare, citando alcuni dei suoi libri per l’infanzia inquieti ma, allo stesso tempo, gonfi di poesia: Un bambino solo, ad esempio, con la favola del bimbo che vede la sua immagine e ne crea un alter ego compagno di giochi. Oppure le tavole per il Giornalone (1973) di Giovanni Gandini con un Groucho Kat, beffardo e luciferino.



A Pinocchio Topor giunge nei primi anni ‘70, auspice Giorgio Soavi che gli commissiona la strenna Olivetti per il 1972. Tra Pinocchio e Roland si instaura immediatamente un rapporto che va ben oltre quello che usualmente intercorre tra ‘illustratore’ e ‘illustrato’. Topor, a domanda precisa, ebbe infatti a dichiarare: “Io l’adoro questo burattino. È l’unico personaggio letterario moderno, attuale, vero, con le sue curiosità, le sue viltà. E poi quel naso non le sembra un pene, il simbolo della crisi del maschio? Lo guardi quel Pinocchio con quell’aria dimessa e arresa e quel gran naso floscio, in ammirazione della Fatina”.


Come traspare anche troppo evidentemente dalle sue parole Topor vede Pinocchio in chiave violentemente simbolica e scava all’interno della storia con matita impietosa. Pinocchio sale a simbolo esemplare della personalità dell’artista che legge e svela la propria vicenda interiore: il suo amore-odio per il sesso, i suoi complessi edipici mai spenti (Pinocchio che abbraccia le ginocchia della Fatina, ora più che mai donna, forse madre, sicuramente amante), i timori ancestrali mai completamente sopiti (il Serpente).

L’operazione-Pinocchio, vero e proprio viaggio all’interno della simbologia latente in Collodi, Topor lo compie tutto incidendo il foglio con il suo tratteggio meticolosamente 'ottocentesco' e la sua particolare vena triste e corrosiva. E la conclusione, certo inevitabile, è la discesa del burattino in quell’inferno agognato e temuto dall’artista che è il ventre materno. Il Pesce-cane-grembo restituirà un Pinocchio-Topor nuovo, non sappiamo quanto ‘ragazzo perbene’, certo più consapevole e smagato, che cercherà di stemperare ogni conflitto nella sfera di quell’inconscio che Roland aveva esorcizzato ogni giorno della vita con un grande sigaro nella mano sinistra, una matita-bisturi nella destra e una sonora, oceanica, irriverente risata nella grande bocca carnosa e tumida.



Testo tratto da: Andrea Rauch, Il mondo come Design e rappresentazione, Usher Arte, 2009. 

lunedì 5 settembre 2011

Disegnare le fiabe

 
La collana di fiabe pubblicata all’inizio degli anni ottanta da Grasset in Francia e Creative Editions negli Stati Uniti, all’apparenza è una raccolta di storie classiche, tra le più famose, da Perrault e Grimm, ad Andersen, con sconfinamenti frequenti e succosi nei repertori tradizionali di ogni paese. Ma non è questo che caratterizza la serie di volumetti (mai tradotti in Italia!). Etienne Delessert e Rita Marshall, direttore-ispiratore e art director della serie, si rivolsero, allora, al meglio del disegno, della grafica, della fotografia, nel mondo. Una collezione che è quindi da una parte una crestomazia del progetto visivo, e dall’altra una raccolta esemplare dei tanti modi con cui si può intendere illustrare una fiaba.

André François e Seymour Chwast

Etienne Delessert
Basta soltanto l’accenno ad alcuni titoli e autori per rendere chiaro quanto andiamo dicendo: Heinz Edelmann disegna Il Principe Ring, fiaba islandese, Georges Lemoine, Il soldatino di piombo di Hans Christian Andersen, André François, Il fagiolo magico, dei Fratelli Grimm, Etienne Delessert stesso la Bella e la Bestia, di Madame D’Aulnoy, Seymour Chwast La donna foglia, racconto tradizionale norvegese. E poi i già altre volte ricordati Sarah Moon, che fotografa le angosce del Cappuccetto rosso di Perrault e Roberto Innocenti che si prova con Cenerentola, sempre di Perrault.

Libri che soltanto le logiche che abbiamo raccontato, e la qualità del progetto grafico, si preoccupano di tenere insieme tanto sono diverse le mani dei singoli artisti. E se Seymour Chwast disegna la sua Donna foglia in modo dichiaratamente naïf, Roberto Innocenti trasporta Cenerentola in un’Inghilterra fin de siecle, nei pressi di Buckingham Palace, con schierata tutta la corte, da Enrico VIII in poi. Ivan Chermayeff, grande designer americano, compone per Le tre lingue dei Fratelli Grimm una serie di collages d’ispirazione e riferimento certo matissiani, Etienne Delessert stesso, per La Bella e la Bestia, rivisita la grande arte fiamminga e fiorentina del Rinascimento. E poi c’è chi si preoccupa di disegnare per la sua fiaba uno story board quasi cinematografico (Heinz Edelmann) e chi, con penna e matita, illustra il libro (Biancaneve e Rosarossa, Roland Topor) con disegni al tempo stesso ingenui e colti, immediati e misteriosamente inquietanti.

Roberto Innocenti e Sarah Moon

Illustrazione di Ivan Chermayeff per Le tre lingue, dei Fratelli Grimm

Un ventaglio di possibilità e prove di stile che ci dispiace siano state interrotte. In Italia si era provato Bruno Munari a mettere insieme un progetto simile (Tantibambini Einaudi che coinvolgeva, anch’essa, grafici, illustratori, designers, fotografi), ma in maniera più disinvoltamente casalinga, meno determinata e raffinata. A nostra memoria l’unico dei titoli della collana pubblicato in Italia è stato la Cenerentola di Roberto Innocenti ma con un progetto editoriale successivo, ingrandito e reso forse più spettacolare ma certo meno affascinante del libretto originale.


Heinz Edelmann e Ivan Chermayeff

domenica 28 agosto 2011

I colori delle fiabe: il rosso, il bianco e il nero

 In un precedente post, parlando dei colori delle fiabe (e naturalmente citando Michel Pastoureau) si è accennato all'origine semiotica e simbolica di Biancaneve, “… una bambina bianca, avvelenata da una mela rossa, preparata da una strega nera.


I tre colori, bianco, rosso e nero (tre è un numero ovviamente apotropaico, il nero e il rosso, nella simbologia medievale sono equivalenti e opposti al bianco), si trovano già all’inizio della fiaba:

Una volta, a inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una Regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E, mentre cuciva e alzava gli occhi per guardar scendere i fiocchi, si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve.
Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò fra sé:
– Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come l’ebano!
Poco tempo dopo, diede alla luce una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l’ebano. Per questo la chiamarono Biancaneve. E, quando nacque, la Regina morì.


E l’opposizione bianco rosso la ritroviamo anche all’interno della mela quando la contadina strega offre il frutto alla bambina dicendo: “ Guarda, la divido per metà; tu mangerai quella rossa e io quella bianca.”
Il seguito tutti lo sanno e se non fosse arrivato il principe per la povera Biancaneve sarebbe davvero finita male.

La simbologia è comunque evidente e contrappone al bianco della neve (la purezza che viene sporcata dal rosso del sangue, la passione) il nero e il rosso. Tutti gli atti avversi alla fanciulla (bianca, ma ha in sé anche il rosso e il nero, come ricorda l'inizio della fiaba!) sono o rossi o neri. È rosso il sangue del cerbiatto (ma sarebbe stato rosso anche quello di Biancaneve se il cacciatore non fosse stato mosso a compassione), è rossa la metà avvelenata della mela, sono rosse le braci che, alla fine, saranno la punizione della crudele regina. È nera la foresta dove scappa la fanciulla, è presumibilmente nera la veste della strega.

Ma siamo poi così sicuri che il bianco, il nero, e il rosso siano contrapposti e avversi, almeno a livello simbolico? Continuando a leggere Grimm non ci sentiremmo di giurarlo.

Biancaneve e Rosarossa, ill. Roland Topor, Grasset, 1983
In Biancaneve e Rosarossa si racconta ad esempio che “… una povera vedova viveva sola nella sua capannuccia e davanti alla capanna c’era un giardino con due piccoli rosai; l’uno portava rose bianche, l’altro rose rosse. E la donna aveva due bambine che somigliavano ai due rosai: l’una si chiamava Biancaneve, l’altra Rosarossa.
Si potrebbe ipotizzare che l’una fosse un angelo e l’altra un diavolo, e anche questo sarebbe in sintonia con l’andamento delle fiabe, ma no: “Erano così pie, diligenti e laboriose, come al mondo non s’è mai visto.”
Però una differenza, che attiene alla sfera del simbolico, c’è. “Biancaneve era più silenziosa e più dolce di Rosarossa. Rosarossa preferiva correre per campi e prati, coglier fiori e prender farfalle.

Quello di attardarsi nei prati a coglier fiori e inseguir farfalle dev’essere una caratteristica dell'indole passionale del rosso e ci ricorda un’altra famosa bambina vestita di quel colore. Ma il nero, che ancora non è comparso in scena, sarà pure l’avversario, il principio del male?

Biancaneve e Rosarossa, ill. Roland Topor, Grasset, 1983

Biancaneve e Rosarossa, ill. Roland Topor, Grasset, 1983
No; il nero della favola è un grande orso con cui le bambine fanno amicizia e che, alla fine, le salverà dal malvagio e dispettoso nano, che è davvero il cattivo di turno.
Bianco, nero e rosso tutti da una parte, senza contrasti. Anche perché l’orso nero si rivelerà essere un principe fatato e, liberato dall’incantesimo, sposerà Biancaneve. E Rosarossa? Sposerà il fratello del principe e anche la vecchia madre
“… visse ancora molti anni presso le figlie, tranquilla e felice. Ma portò con sé i due rosai, che davanti alla sua finestra davano ogni anno le più belle rose, bianche e rosse.”