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martedì 14 maggio 2013

Wunderkammer? Quasi una collezione

Nel quadro della rassegna Retrovista, inaugura sabato 18 maggio, alle ore 18.00. a San Giovanni Valdarno, presso la Casa Giovanni Mannozzi, in Corso Italia 105, la mostra La Wunderkammer di Andrea Rauch, che raccoglie opere di Enrico Baj, Fabio De Poli, Mimmo Di Cesare,  Giampaolo Di Cocco, Gianni Fanello, Jean-Michel Folon, Milton Glaser, Leo Lionni, Emanuele Luzzati, Andrea Rauch, Guido Scarabottolo, Ben Shahn e Sergio Traquandi. La mostra resterà aperta fino al 30 giugno.
La mostra è a cura di Casa Masaccio, arte contemporanea.

Per informazioni: Tel. 055 9126283 Fax. 055 9123367
casamasaccio@comunesgv.it



(a. r.) È certo pretenzioso chiamare ‘collezione’ questa raccolta di artefatti (disegni, pitture, sculture, libri, manifesti…), perché il termine ‘collezione’ implica una ricerca, uno studio e una passione specifica, a volte maniacale e compulsiva. Questi ‘oggetti’, invece,  sono in primo e principale luogo la testimonianza di un’attività professionale lunga più di quarant’anni e dei rapporti di collaborazione e, quasi sempre, di amicizia che hanno legato il designer  a grafici, illustratori, pittori e scultori spesso di fama e spessore internazionale.
Opere d’arte che poco o nulla hanno di sistematico ma sono, al contrario, ricordi sparsi di comunanza e di lavoro, sedimenti di memoria, occasioni su cui continuare a riflettere. Una ‘camera delle meraviglie’ caotica e complessiva che risulta dalla sommatoria di tutte le particolari ‘camere delle meraviglie’ che tanti grandi artisti hanno lasciato  a chi con loro ha  progettato e condiviso momenti unici e indimenticabili.

Gran parte delle opere, alla fine della mostra, resteranno nella disponibilità del Museo Casa Masaccio di San Giovanni Valdarno, perché entrino a far parte della collezione permanente del Museo.





Fabio De Poli

Fabio De Poli ha disegnato, nel 2006, il progetto della grande vetrata nella sala d’attesa centrale dell'Ospedale pediatrico Meyer di Firenze. 42 pannelli per uno sviluppo di oltre 60 metri lineari. I collages preparatori sono un esempio poetico e significativo dell’arte di uno dei maggiori pittori della seconda generazione pop italiana. 
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Enrico Baj

Pinocchio per uno spettacolo disegnato, con Enrico Baj, nel 1980, per il Teatro Porcospino. Le avventure di Pinocchio si snodano, naturalmente, tra il Gran Teatro dei Burattini, il Paese dei Balocchi, il Circo. E i personaggi sono ancora l’Omino di Burro, Gatto e Volpe, la Fatina dai Capelli turchini. Con il contorno di ‘improbabili’, patafisiche, presenze pittoriche.
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Milton Glaser

Per la mostra Milton Glaser, Piero della Francesca, voluta in occasione del Quinto centenario della morte del grande artista rinascimentale, con Italo Lupi progettammo un gioco di cavalletti e velari a scandire lo spazio barocco della Chiesa di Sant’Ignazio in Arezzo. Le luci dei candelabri, riflesse sulle cornici, disegnavano un gioco di rimandi luminosi in contrasto suggestivo con l’oscurità severa della chiesa.
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Leo Lionni 

La matita e il pennello di Leo Lionni (1910-1999) corrono, per più di mezzo secolo, con agile disinvoltura dalla grande pittura, alla scultura, al design, all’illustrazione di deliziosi e importanti libri per l’infanzia. Sempre con una vibrante e profonda tensione morale.
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Gianni Fanello

Il laboratorio di Gianni Fanello, nella bellissima casa del Mandorlo, nei pressi di Monteriggioni, è anche un ‘magazzino’ di incredibili reperti di ferro, legno, rame con cui l’artista realizza le sue opere. Che sono, di conseguenza, ricomposizioni di oggetti che prendono nuova forma e vita nel momento stesso che Fanello li sceglie, li accosta, li salda tra loro.
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Sergio Traquandi

Per Sergio Traquandi il mondo è una palestra sterminata di cose che si offrono alla riflessione, in un montaggio, smontaggio e rimontaggio di senso. Può essere una pagnotta che diventa simbolo del ‘No nuke’ ("Perché - ci dice - il pane e la pace sono alimenti ed elementi essenziali"), in uno slittamento semantico che trasporta l'dea pacifista nel quotidiano. Oppure può essere una pace 'di strada'. Un vecchio biciclo con una gomma vulcanizzata ad hoc che, con un complicato sistema di inchiostrazione copiato dai rulli di stampa, lascia sull'asfalto un simbolo pacifista che è una dichiarazione d'intenti politica e poetica.
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 Ben Shahn

  Ben Shahn (1898-1969) si impegnò su temi sociali e politici per tutta la sua vita artistica. Collaborò con il governo degli Stati Uniti quando si trattò di combattere il nazismo, fu naturalmente emarginato durante la caccia alle streghe maccartista all’inizio degli anni cinquanta, si impegnò nel movimento contro la proliferazione delle armi nucleari, guardò con simpatia e adesione al popolo ebreo che cercava la “terra promessa” (e anche all’exodus dedicò disegni e grafica). L’ultimo suo impegno fu contro la guerra in Vietnam.
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Emanuele Luzzati

L’ispirazione essenziale di Emanuele Luzzati (1922-2006) è il fantastico, il fiabesco, l’immaginoso; temi continui che tornano e rimbalzano dalla scenografia al costume, dal libro alla ceramica, al cartone animato. Un mondo ricco di curiosità e preciso di riferimenti, quello di Luzzati; una poetica la cui mappa ideale non può non tener conto di archetipi fondamentali come  la prediletta musica di Rossini (Il Turco in Italia, Il Barbiere di Siviglia, l’Italiana in Algeri, la Gazza ladra...) e quella di Mozart (Il flauto magico).
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Jean-Michel Folon

Jean-Michel Folon (1931-2005) fu davvero, dagli anni ‘60, l’ultimo grande affichiste. Continuò e concluse l’opera di Cassandre e Savignac. In ogni suo manifesto c’era una sorta di magica autoreferenzialità. L’adesione al tema era un modo per trasportare l’oggetto nel suo universo grafico rarefatto, nei suoi deserti magicamente acquarellati.
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Giampaolo Di Cocco

Per molti anni Giampaolo Di Cocco è stato lo scultore delle catastrofi. Aerei schiantati al suolo, dirigibili precipitati, autobus sinistrati. Tutti in proporzioni uno  a uno, giganteschi reperti in latta e, a volte, piombo, tenuti insieme da cerniere e ribattini. Monumenti alla futilità e alla fragilità dei tempi moderni.
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Mimmo Di Cesare

Accade qualche volta che la scultura si trasformi in architettura. O meglio, che quella componente spaziale cui entrambe le arti partecipano trovi la sua estrinsecazione in un ambiente architettonico – casa, chiesa, stadio – di cui la scultura diventa parte integrante; oppure che lo spazio, scandito dall’opera, faccia di questo un organismo “tettonico” a se stante.  (Gillo Dorfles)
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Guido Scarabottolo

Il mondo disegnato di Guido Scarabottolo è un mondo solitario, quieto, dove non ci sono mai gesti facili o azioni magniloquenti, quasi privo, com’è, di narrazione evidente. È un mondo abitato da disegnini, da segni di lapis animati dalla poesia, sporcati con il dito e colorati con Illustrator.
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domenica 21 ottobre 2012

Pinocchio sui pattini

Con i 'nani da soffitta', le maschere di pietra pomice e gli angeli cyborg eravamo riusciti a costruire una Biancaneve singolarmente credibile. Cosa potremmo farne, ora, di questo Pinocchio roller che Sergio Traquandi ha realizzato assemblando, al solito, pezzi rifiutati dall'incedere affannato e sghembo della vita moderna? Potremmo forse inventarci una nuova Pinocchia, fidanzata, sorella, amante del burattino di Collodi, visto che i pezzi di montaggio rimandano, inevitabilmente, ad un universo femminile? O cosa? Boh, aspettiamo idee.

Sergio Traquandi, Pinocchio roller, 2012




giovedì 29 dicembre 2011

Sergio Traquandi: utopia e realtà

A meno che non si voglia confinare il mondo dell’arte nella sfera del solipsismo, si deve riconoscere che ogni attività creativa è un tentativo di trasformazione della realtà, e quasi sempre di natura squisitamente politica. L’artista incide sul mondo che lo circonda, ne misura le distanze e opera, in ogni caso, uno stravolgimento di senso.

Sergio Traquandi, Cipresso

Dato questo per scontato si può affermare come gran parte della migliore arte contemporanea vada un passo più in là, e non si limiti a cercare un cambiamento attraverso una modificazione delle coscienze e del sentire di ognuno, ma operi direttamente  sulla realtà, cercando di piegarla ai propri fini, artistici e creativi  in primis, ma anche etici e ‘politici’.

Se la realtà non ci piace, quindi, quale atteggiamento più logico se non quello di volerla cambiare? Se il mondo consuma e rifiuta, in ciclo ininterrotto, le idee, i progetti, le merci della propria quotidianità, cosa meglio che recuperare quelle idee, quei progetti, quelle merci per dar loro vita nuova, collocandoli in un diverso contesto?

Sergio Traquandi, Elemosinatore automatico

Detto in poche parole, l’opera di Sergio Traquandi è tutta qui, in questo incessante recupero di idee e oggetti abbandonati, nella riappropriazione di qualcosa che sembrava ormai inutile e superato, da gettare inesorabilmente via.

Lo studio-laboratorio di Sergio Traquandi, Meleto Valdarno


La visita al suo studio è quindi come la discesa dantesca in una discarica: oggetti confusi, affastellati, diversamente recuperati, impolverati, arrugginiti, rotti. Oggetti di cui abbiamo dimenticato,  o abbiamo sempre ignorato, l’uso e il significato originario. Stanno là, poveri pezzi di legno, di ferro, di plastica,  portati via da quello che altri hanno definito “lo scorrere del fiume urbano” e aspettano che un atto di buona volontà creativa  (un atto politico?!) li riporti a riva, come la risacca, e dia loro un nuovo senso.

A volte succede,  a volte non succede, e mentre il catalogo delle opere di Sergio si accresce con parsimonia progettuale, il campionario delle possibilità si gonfia nelle migliaia di ‘reperti’ che riempiono le stanze del suo studio-laboratorio di Meleto Valdarno.

Le forme di legno di un cappellificio possono, allora, diventare ‘nani da soffitta’, un manichino rotto può trasformarsi in angelo cyborg, le componenti di un computer, superato dai tempi impietosi  dell’informatica, rivivere come gioielli singolarmente bellissimi, Pegasi o Pinocchietti misteriosamente tecnologizzati.

Sergio Traquandi, Cherubino Cyborg
Sergio Traquandi, Pegaso
Sergio Traquandi, Pinocchio computerizzato

Ma può anche darsi che l’oggetto da recuperare  sia uno scorcio di paesaggio che viene visto, attraverso  il gioco dei pieni e dei vuoti del grande cipresso sulla via del Chianti, in modo totalmente  e definitivamente  diverso. Può darsi che l’artista recuperi i poliedri di Luca Pacioli e li pieghi ad una sua ‘tignosa’ ricerca didattica,  può darsi che cuocia dei pani che riproducono il celebre marchio pacifista “… perché il pane della pace è sempre buono!”, può darsi che nella Torre Gattaia usi modelli e processi matematici per offrirli ad un uso più attento del territorio e al gioco dei bambini.

Sergio Traquandi, Questo pane che ho cotto nel 1991 è ancora fresco

Sergio Traquandi, modellino per la Torre Gattaia

Può darsi, infine, che segni con ottanta numeri giganteschi i quattrocento  metri del muro esterno delle ex acciaierie  Beltrame di San Giovanni Valdarno. Quei numeri sono uomini, e stanno rischiando, più che rischiando, di perdere il loro lavoro. E sono gli stessi operai che, con Sergio, tracciano  fisicamente sul muro il 'loro' numero in una performance che non è, né vuole essere, solo artistica.


L’impatto ambientale  è forte, come un pugno nello stomaco; più forte ancora ci si augura possa essere l’impatto politico, quell’incidere sulla vita reale di cui Sergio ha fatto la ragione necessaria e sufficiente del suo lavoro quotidiano.
 

Sergio Traquandi, Più di zero, numer/azione, San Giovanni Valdarno


Numer/azione. Progetto di immagine numerica atto a sensibilizzare sulla reale consistenza dei licenziamenti. Da anni i numeri dell'economia, della borsa, del PIL lo spred, ecc... vengono somministrati con dovizia e rapidità da ogni mezzo d'informazione, la loro rindondanza ha fatto sì che si perdesse il senso della loro influenza sulla vita reale, nella quale il benessere viene misurato dai cittadini con ben altri e più tangibili indicatori. Per reimparare a contare le persone! Ottanta numeri di grandi dimenzioni, bianchi su nero, che ci sfilano a fianco, cifra per cifra, per reimparare a contare e per contare di più. (Sergio Traquandi)

domenica 28 agosto 2011

I colori delle fiabe: il rosso, il bianco e il nero

 In un precedente post, parlando dei colori delle fiabe (e naturalmente citando Michel Pastoureau) si è accennato all'origine semiotica e simbolica di Biancaneve, “… una bambina bianca, avvelenata da una mela rossa, preparata da una strega nera.”


I tre colori, bianco, rosso e nero (tre è un numero ovviamente apotropaico, il nero e il rosso, nella simbologia medievale sono equivalenti e opposti al bianco), si trovano già all’inizio della fiaba:

Una volta, a inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una Regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E, mentre cuciva e alzava gli occhi per guardar scendere i fiocchi, si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve.
Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò fra sé:
– Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come l’ebano!
Poco tempo dopo, diede alla luce una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l’ebano. Per questo la chiamarono Biancaneve. E, quando nacque, la Regina morì.


E l’opposizione bianco rosso la ritroviamo anche all’interno della mela quando la contadina strega offre il frutto alla bambina dicendo: “ Guarda, la divido per metà; tu mangerai quella rossa e io quella bianca.”
Il seguito tutti lo sanno e se non fosse arrivato il principe per la povera Biancaneve sarebbe davvero finita male.

La simbologia è comunque evidente e contrappone al bianco della neve (la purezza che viene sporcata dal rosso del sangue, la passione) il nero e il rosso. Tutti gli atti avversi alla fanciulla (bianca, ma ha in sé anche il rosso e il nero, come ricorda l'inizio della fiaba!) sono o rossi o neri. È rosso il sangue del cerbiatto (ma sarebbe stato rosso anche quello di Biancaneve se il cacciatore non fosse stato mosso a compassione), è rossa la metà avvelenata della mela, sono rosse le braci che, alla fine, saranno la punizione della crudele regina. È nera la foresta dove scappa la fanciulla, è presumibilmente nera la veste della strega.

Ma siamo poi così sicuri che il bianco, il nero, e il rosso siano contrapposti e avversi, almeno a livello simbolico? Continuando a leggere Grimm non ci sentiremmo di giurarlo.

Biancaneve e Rosarossa, ill. Roland Topor, Grasset, 1983
In Biancaneve e Rosarossa si racconta ad esempio che “… una povera vedova viveva sola nella sua capannuccia e davanti alla capanna c’era un giardino con due piccoli rosai; l’uno portava rose bianche, l’altro rose rosse. E la donna aveva due bambine che somigliavano ai due rosai: l’una si chiamava Biancaneve, l’altra Rosarossa.”
Si potrebbe ipotizzare che l’una fosse un angelo e l’altra un diavolo, e anche questo sarebbe in sintonia con l’andamento delle fiabe, ma no: “Erano così pie, diligenti e laboriose, come al mondo non s’è mai visto.”
Però una differenza, che attiene alla sfera del simbolico, c’è. “Biancaneve era più silenziosa e più dolce di Rosarossa. Rosarossa preferiva correre per campi e prati, coglier fiori e prender farfalle.”

Quello di attardarsi nei prati a coglier fiori e inseguir farfalle dev’essere una caratteristica dell'indole passionale del rosso e ci ricorda un’altra famosa bambina vestita di quel colore. Ma il nero, che ancora non è comparso in scena, sarà pure l’avversario, il principio del male?

Biancaneve e Rosarossa, ill. Roland Topor, Grasset, 1983

Biancaneve e Rosarossa, ill. Roland Topor, Grasset, 1983
No; il nero della favola è un grande orso con cui le bambine fanno amicizia e che, alla fine, le salverà dal malvagio e dispettoso nano, che è davvero il cattivo di turno.
Bianco, nero e rosso tutti da una parte, senza contrasti. Anche perché l’orso nero si rivelerà essere un principe fatato e, liberato dall’incantesimo, sposerà Biancaneve. E Rosarossa? Sposerà il fratello del principe e anche la vecchia madre
“… visse ancora molti anni presso le figlie, tranquilla e felice. Ma portò con sé i due rosai, che davanti alla sua finestra davano ogni anno le più belle rose, bianche e rosse.”

martedì 21 giugno 2011

La torre gattaia

Ci piace seguire i nostri autori anche quando sono, come dire, in libera uscita. Così, in questi giorni siamo andati a dare un’occhiata alla Torre gattaia, ultima installazione di Sergio Traquandi (per noi, una Biancaneve meccanica  e ‘di risulta’), presentata domenica scorsa, 19 giugno, nella Villa Barberino, a Meleto Valdarno.


Sergio Traquandi è figura d’artista sempre capace sempre di sorprenderci. Non appena pensiamo di aver capito qualcosa della sua personalità,  afferrato qualche brandello  della sua cifra stilistica, ecco che, come un'anguilla, ci sfugge di mano e ci rimanda alla casella iniziale.
Certo alcuni degli elementi in gioco si ripetono avvertibili nel tempo, ma sono gli elementi che costituiscono l’hardware del suo lavoro, il versante ideologico e etico: il tentativo, se non la pretesa, ad esempio, di dare a tutto un significato ‘politico’ di sentita partecipazione civile. Questo, ma poi, nei singoli segmenti che compongono la sua arte, Sergio non si lascia ingabbiare e si muove a ruota libera, pescando ovunque la sua vena creativa, o la sua riflessione progettuale, lo indirizzi al momento.



La Torre gattaia si nutre dunque di questi alimenti; del rapporto tra arte e territorio (tra arte, storia e cultura di ogni singolo territorio), con aperture che possono sembrare ecologismo di maniera (le canne che fanno la Torre vengono infatti dal canneto dietro alla Villa Barberino e quindi a Km e impatto zero) ma che poi si rivelano forma, e anche sostanza, del suo lavoro.
L’installazione  di Traquandi segue l’andamento dell’alto pino verso cui tende e su cui pare quasi appoggiarsi e ci fa riflettere sulle funzioni geometriche e matematiche (le ipotesi progettuali) che ne permettono la costruzione e la stabilità.  E in fondo anche sul tentativo, anch’esso se non politico, etico, di interagire con il suo pubblico e di offrirsi, ad esempio, ai giochi acrobatici e spericolati dei bambini che tendono a vedere la Torre non come opera 'sacrale' di arte ambientale e/o concettuale, ma come grande, fascinoso, giocattolo. Da usare e consumare.