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domenica 14 ottobre 2012

In nome della legge

Noi, in senso largo, ci occupiamo di bambini e ragazzi: di libri per ragazzi, di biblioteche per ragazzi, di librerie dedicate, di didattica, di laboratori e festival. Ci occupiamo di immaginario infantile, di figure colorate, delle felicità, delle perplessità, delle paure e delle angosce. Di tutto un po'. Di un caso come quello di Cittadella, però, non credevamo che ci saremmo mai dovuti interessare perché, semplicemente, non avremmo mai pensato che sarebbe potuto accadere.



Al di qua di ogni immaginazione
Alessandro Savorelli

Il caso del bambino trascinato come una preda davanti alla sua scuola (in realtà davanti a tutti: perché è più difficile oggi nascondere le vergogne di stato), per eseguire una sentenza «inevitabile», dice il tribunale dei minori, è un puzzle di pezzi sbagliati che non combaciano, stride di giunture mal oliate, emana il disgusto di una mensa di caserma.

Disgusto e sgomento dalle immagini. Senso di rivolta dalle dichiarazioni di tutti i protagonisti, non paghi evidentemente dell'accaduto. Alcune ipocrite (un magistrato: «la situazione ci è sfuggita di mano»), altre di atavica idiozia (una poliziotta ai parenti del bambino: «io sono un ispettore di polizia, voi non siete niente»), ora impudenti (il questore: «il comportamento dei miei uomini è stato cristallino»), ora inverosimili, da arringa di quartordine (il padre, avvocato: «se fosse stato sequestrato e la polizia l'avesse salvato, chi avrebbe il coraggio di protestare?»), altre nemmeno all'altezza della tecnica del comunicato stampa (il Viminale: «comportamento inadeguato ad un contesto ambientale difficile e ostile che avrebbe potuto suggerire altre modalità operative»). Dal tribunale dei minori, che si suppone per definizione luogo di sensibilità 'altra' rispetto alla giustizia comune, dove non tintinnano le manette, solo goffe frasi smozzicate. Nessuna giustificazione regge di fronte alle parole delle madri di Cittadella, che sono molto semplici e cristalline, benché possano sembrare dettate da empatia ed emotività: «quella cosa non si doveva fare, o non si doveva fare così».

Vedendo il filmato molti abbiamo pensato: l'episodio è "al di là di ogni immaginazione". Ma poi, a pensarci, no. "Al di là di ogni immaginazione" è la storia della caserma Diaz, il caporale che tortura i prigionieri con la corrente elettrica, le aberrazioni di Guantanamo, le manganellate in piazza in a pacifici manifestanti, le efferatezze di un maniaco, l'assessore che buca le gomme di un disabile, il ragazzo che investe e ammazza il vigile che gli fa la multa, il poliziotto che 'giustizia' tifosi un po' troppo caldi in un parcheggio. Sono episodi "al di là di ogni immaginazione" perché esito di situazioni diverse ma a loro modo "estreme": per le quali, tuttavia, si stenta, in omaggio al buon senso, a "immaginare" un epilogo altrettanto estremo, subalterno e risucchiato nella loro logica estrema.

No. Il nostro caso è tutt'altro: è "al di qua di ogni immaginazione".
Non è vero che «la situazione è sfuggita di mano». Sfugge di mano una situazione imprevedibile, non una situazione prevedibile. Così prevedibile che già in due casi gli agenti, i funzionari del tribunale e gli assistenti sociali che erano andati a casa della madre a prelevare il bambino, si erano arresi quando lui si era nascosto sotto il letto, aggrappato alle sue zampe. «Non è il nostro mestiere», avevano detto allora i poliziotti e i carabinieri, «non ci sembra il caso».
È parso il caso invece agli zelanti esecutori della legge, forse offesi dalla deminutio che veniva al loro rango, alla loro professionalità, alla maestà della legge: ai "tecnici" (?), agli operatori sociali (?) e a un drappello di forze dell'ordine (di cui due donne!), forse tenuto di riserva per le situazioni "estreme".

Da qui la decisione dello studiato colpo di mano, come in un normale pomeriggio di un giorno da cani: un agguato in territorio non difendibile (la scuola), dove il ragazzino non può aggrapparsi ai suoi mobili e all'orsetto. Lo sgombero preventivo degli altri bambini che escono prima della campanella, un territorio 'bonificato', ma non del tutto invero, perché il medico De Nicola, psichiatra e perito (?) del tribunale, metteva in guardia dalle «ronde» (così ha detto) costituite dal nonno e dalla zia: ronde, forse Banditen, visto che poi verranno regolarmente denunciati. Un commando deciso a tutto, un assistente sociale alla Callaghan e persino uno dei diretti interessati, il padre, che dirige in maniera più o meno palese (configurando una strana sovrapposizione fra giustizia e vendetta privata) le «modalità operative» del blitz, agguantando il ragazzo, mentre i "tecnici" lo ficcano in auto come una valigia. La situazione non pare proprio «sfuggita di mano»: pare invece del tutto sotto controllo, come da istruzioni.

 "Al di qua di ogni immaginazione" che il commando (duri? addestrati appositamente? con regole d'ingaggio del genere dead or alive?) non abbia detto come i due commando precedenti (mollaccioni? inadeguati? inclini al compromesso? pavidi? da retrocedere a controllo del traffico?): «Non ci sembra il caso».

Lo sgomento che si prova, nemmeno l'inchiesta del ministero e l'identificazione di responsabilità riuscirà a cancellare o riparare. E certo non riparerà i danni al bambino. E neanche l'oltraggio a tutti noi, alla società civile, all'opinione pubblica. Né quelli all'immagine già più volte offuscata della giustizia di questo paese, poiché il premeditato agguato di Cittadella sbrana e brucia, in un lampo di barbarie ritornata e spensierata, decenni di crescita della coscienza dei diritti, decenni di pedagogia e psicologia, decenni di riforme giuridiche e scolastiche, decenni di mutamento della sensibilità collettiva; rafforza la sensazione che le istituzioni vivano in un mondo parallelo al nostro, incomunicante. Chi pagherà per tutto ciò? Basterà al ministero archiviare senza troppo frastuono la denuncia contro il nonno e la zia? Bastano le scuse del capo della polizia?
Come ha detto la poliziotta: «Voi non siete niente». Noi, i deboli, i sudditi, nessuno. Tanto nessuno, che si può ricordarcelo cinicamente anche attraverso una violenza morale, fisica e psichica a un ragazzino di 10 anni. Un pretesto "al di qua di ogni immaginazione", anche quella misera del più stupido e stereotipo film americano di poliziotti stereotipi e stupidi.



domenica 12 febbraio 2012

Duilio Cambellotti e il Palio di Siena

Verso la fine degli anni '20 Piero Misciattelli, storico senese, fu incaricato dal Monte dei Paschi di Siena della stesura di un testo sul Palio e sulle Contrade e Duilio Cambellotti, uno dei più celebri e versatili artisti dell’epoca si incaricò dell’apparato iconografico che lo occupò per tutto il 1929 e 1930. Cambellotti, insieme al figlio Adriano, si dedicò allo studio dell’araldica contradaiola, dell'urbanistica cittadina  e dei vari momenti della Festa, ricavandone  moltissime foto e schizzi, a cui seguirono delle tempere preparatorie, base per la pubblicazione del libro, di grande formato, che fu edito, nel 1932, dalla Editrice Novissima di Roma in 1000 copie, e che si intitolò  Il Palio di Siena.


Tempere 'preparatorie' quelle di Duilio Cambellotti, appunto, perché quei disegni altro non sono che un ‘semilavorato’, la traccia perché i colori fossero poi inseriti, con luminose tinte piatte, nei documenti litografici per la stampa. Il risultato cromatico è straordinario ma, detto del fatto tecnico, non si possono certo passare sotto silenzio le altre caratteristiche del lavoro.

La composizione dei gruppi di figuranti delle Contrade, innanzitutto, diversa dall’uno all’altro gruppo senza mai ripetizioni o cedimenti; l’intrecciarsi dei colori di livrea dei costumi e delle bandiere che si dispongono nella pagina in modo da creare un tutto unico, pur mantenendo la loro singolarità; il rapporto tra contrada e urbanistica del suo territorio, con i monumenti e gli edifici noti o tipici che vengono a far parte integrante del gruppo ma che si dispongono in secondo piano, mantenendo la loro importanza visiva senza turbare, anzi esaltando, l’ordine della composizione.

Una sola concessione, anzi diremmo un vezzo, alla straordinaria personalità dell’artista. Gli animali totemici (la civetta,  la lupa, la chiocciola…) non sono quelli che all’epoca si vedevano sugli stemmi, sulle bandiere e sui costumi, ma una variazione ‘personale’ di Cambellotti che sembra rivendicare, dopo il fitto e puntuale lavoro di ricognizione storica, topologica e vernacolare, un pizzico di autonomia creativa.

Un lavoro, quello dell’artista, davvero  straordinario e un libro bellissimo. Peccato che le poche copie rimaste in giro siano finite nelle botteghe di certi librai antiquari che, in genere, ne tagliano le pagine per rivenderle come ‘stampe’ uniche (a prezzo non decisamente economico). Chi ne ha una copia integra se la tenga stretta!



Aquila

Bruco

Chiocciola

Civetta

Giraffa

Leocorno

Lupa

Nicchio

Oca

Onda

Pantera

Insieme alle immagini delle Contrade, il libro presenta anche gli aspetti salienti della festa senese, dalla numerazione dei cavalli, alla tratta, al corteo storico, alla mossa e la corsa. Pubblichiamo, di seguito, alcune delle illustrazioni di Duilio Cambellotti a corredo di un saggio di Alessandro Savorelli, esperto di araldica storica e nostro abituale collaboratore, scritto per un suo libro dedicato alla simbologia del Palio di Siena (Alessandro Savorelli, Il Palio di Siena e i suoi simboli, La Mandragora, 1999)

I segni delle contrade di Siena
Alessandro Savorelli

«Prendo quello!». La scelta cade su un animale, un dettaglio gradevole, un accozzo di colori. È così che migliaia di turisti l'anno si mettono in valigia uno dei 17 animali-totem senesi (forse la serie di simboli antichi mediamente più nota nel mondo), sotto forma di gadgets, di una ceramica, in cartolina. O magari di un fazzoletto da contradaiolo o di una bandiera: uno «zoo di stoffa» che si aggiungerà allo «zoo di vetro» (The glass menagerie, era il titolo di una nota commedia di Tennessee Williams) o di legno o altro, gli animaletti-soprammobili, insomma, che tutti abbiamo per casa. Se poi qualcuno avrà comprato un libro sul palio o sull'«araldica del palio», l'autore si incaricherà di spiegargli, durante la noia del viaggio di ritorno, il motivi occulti della sua scelta: proprio come quei libretti che vi dicono, a seconda del vostro nome di battesimo, che carattere, tendenze e gusti avete, le letture che fate, i fiori che preferite… (...)


Forse il difetto è nella domanda: come i «perché» dei bambini, essa è acuta e posta male al tempo stesso, ed è perciò rimasta senza risposta, o — che è quasi lo stesso — con troppe risposte, che spiegano tutto e niente. Quando si saranno interrogati gli archetipi di Jung, classificati i simboli “di terra” e “d'aria”, rubricati gli elementi ying e yang, quelli “maschili” e “femminili”, compulsati i lessici dell'araldica e i repertori delle allegorie, studiati i rituali delle religioni primitive, e così via, ci si sarà certo arricchiti di una vasta erudizione, e si saranno apprese tante notizie curiose: ma non credo si sia fatto un concreto passo avanti per risolvere il problema. Sì, sarebbe bello a ritroso nel tempo potersi trovare nel momento preciso delle motivazioni della scelta di un simbolo. Avremmo tutto chiaro: ma sarebbe come riandare all'istante in cui nascono i miti, le favole o le lingue. E lo storico, il linguista e l'antropologo sanno che è un'illusione. Davvero si vuol credere che una volta elencati i significati magici attribuiti a un certo animale dagli egiziani, dagli aztechi, dai cinesi o dai kikuyu, sapremo qualcosa sul perché — fra '300 e '500 — quel dato animale è arrivato sulla bandiere delle cacce e poi del palio, come se il palio fosse un concentrato dell'antropologia e della simbologia di tutti i tempi e paesi? E sul serio ci si dispone ad attribuire significati esoterici a figure e colori? (...)

Diffidate a priori di chi ricanta la storiella che un certo animale rappresenta la prudenza o il coraggio, o un certo colore l'amore, la fede o il cielo! Nella maggior parte dei casi si tratta o di una banalità o di un'invenzione da rotocalco (che il leone sia coraggioso, la lepre timida, il cielo azzurro e così via, è lapalissiano). Si tenga piuttosto a mente che in politica, in guerra, nello sport, in pubblicità, c'è una regola banale e semplicissima che regola la scelta dei colori: distinguersi dal vicino o dal nemico o dal concorrente: altro che alchimia e tarocchi! (…)

Il nuovo che avanza

Chi si ponga seriamente a studiare i simboli delle contrade dovrebbe preliminarmente valutare quello che essi «non sono», prima di poter dire qualcosa su «quello che sono»: può darsi infatti che sia istruttivo apprendere prima di tutto cosa «manca» in quel repertorio di simboli. Non è infatti — procedendo per successive riduzioni — un elenco di simboli universali, dove mancherebbero il sole, la luna, gli elementi, la croce e tante altre figure e cose; ma solo un bestiario, tanto che anche le contrade che non prendono nome da un animale (Onda, Selva, Torre), finiscono poi per assumerne uno. Ma, di nuovo, quale bestiario? Non uno qualsiasi. Non è in primo luogo un bestiario “araldico” in senso stretto: si parla spesso di “araldica delle contrade”, ma occorre considerare che quei simboli hanno subito una "araldizzazione" solo di recente, coll'inserimento, alla fine dell'800, di segni e figure sabaude (croci, nodi, rose, margherite, iniziali etc.). In origine l'aspetto dei simboli delle contrade, così fluido e naturalistico, è abbastanza lontano dallo stile stereotipo e irrigidito dell'araldica medievale: e lo stesso vale per i colori, come per esempio. l'arancione, il rosa, il rosso "vinato", o per le loro combinazioni, talora araldicamente eterodosse.
Anche la scelta degli animali delle contrade è assai singolare: chi faccia un elenco dei più diffusi animali araldici almeno fino al '400, vi troverà solo una piccola parte di quelli del palio (aquila, montone, drago, nicchio, oca, delfino; semmai qualcosa delle contrade soppresse: leone, gallo, vipera, orso), e viceversa, non rinverrà nelle contrade molti di quelli più comuni (grifo, leone, pesce, cinghiale, cervo, cavallo, toro, cane, serpente, falco, cigno etc.). Non è in secondo luogo un bestiario edificante e moraleggiante come quelli della tradizione devota: anche in questo caso, se si compila un elenco degli animali dei classici bestiari medievali, in cui ad ogni animale è assimilato un carattere morale o una metafora biblica, gli scarti (presenze e assenze) dall'elenco delle contrade sono assai notevoli. Forse qualche residuo agiografico c'è ancora (la civetta? il drago?), ma — si direbbe — totalmente irriconoscibile, ridotto a puro segno fantastico e sottratto ad ogni intento pio. No: gli animali del palio non sono dei sussiegosi e frigidi sputasentenze sul valore, la prudenza, la saggezza, la mitezza, la pazienza e quant'altro. Non coincide, si potrebbe continuare a lungo, nemmeno col bestiario — molto generico — della tradizione letteraria, di quella alchemica, zodiacale e magica. E nemmeno con quello "popolare", domestico e naïf della decorazione delle stoffe, delle ceramiche e dell'ebanisteria: c'è l'oca, ma vi mancano lepri, cervi, cinghiali, pavoni e uccelli d'ogni sorta, etc.



Simboli a sorpresa

Quello delle contrade è dunque un bestiario sui generis che attinge sì un poco — e non potrebbe essere altrimenti — a tutti gli altri bestiari, e li riscrive a modo suo, ma che non s'identifica con nessuno di essi, ed è nell'insieme assai poco classico, anzi, si direbbe, esplicitamente non tradizionale: piuttosto che all'araldica vera e propria, esso si rifa all'“emblematica” del Quattro e del Cinquecento, che rivisita un'iconologia classica (per esempio la lupa e i gemelli, l'oca capitolina, il delfino e la civetta della mitologia) o ne crea una nuova, di “imprese”, svincolate dallo zoo più comune.
Il bestiario del palio appare segnato da una sua logica complessiva, che non andremo a cercare nei criteri dell'identificazione con una virtù o un concetto astratto, come nella letteratura medievale, o in remoti mondi magici. Sembra che si lasci dominare invece da elementi più nuovi, tipicamente rinascimentali: vi scorgiamo infatti il gusto dell'eccentrico e dell'esotico (giraffa, liocorno, pantera, rinoceronte, elefante), la logica del piccologrande o del microcosmo (bruco, chiocciola, nicchio), la ricerca dello stupefacente e del meraviglioso (animali che si trasformano o contengono una “sorpresa”: nicchio, chiocciola, istrice, tartuca: che operano piccoli prodigi — bruco —, o sono misteriosi per definizione — civetta —). Queste logiche non mostrano più tanto l'animale-exemplum dell'enciclopedia medievale, che rimanda a un mondo trascendente, ma sembrano dettate da una fresca curiosità postmedievale e premoderna.

Ci sarà forse a monte della scelta di un determinato animale l'insegna di un clan locale, l'impresa di qualche generoso mecenate del palio, il cimiero di una personalità emergente, l'allusione a un santo o a un personaggio conosciuto, un fossile della simbologia delle antiche "compagnie" militari: ma chi lo ricorda più? L'importante è che quegli animali-simboli si sono fissati in un catalogo di immagini mentali e in processi d'identificazione collettiva, che ha finito per oscurare il senso – contingente ed effimero – della loro primitiva origine. (…)


Fossili vivi e vegeti

Il bestiario del palio è insomma un catalogo di animali volutamente stravagante, e — salvo alcune eccezioni più arcaiche e ancorate nella tradizione simbolica e iconologica — decisamente diverso. Ed è, infine, il catalogo di un esotico molto datato, e improvvisamento invecchiato intorno al '7-800 con l'allargamento dei confini del mondo e lo sviluppo delle scienze naturali.
Se dovessimo reinventarlo oggi forse penseremmo, in un'ottica in fondo non lontana dagli antichi contradaioli, di nuovo ad animali altri, animali-limite, semiestinti, ai confini della nostra fantasia e del nostro pianeta divenuto una sola invadente metropoli, magari inconsciamente attinti dalla pubblicità e dai mass-media: che so, il panda, il koala, il canguro, il bisonte, la balena, il coccodrillo, la foca, il gorilla, l'orca, il condor, il cobra; o più oltre, alle equivoche creature della fantascienza.
Che lo «zoo di stoffa» delle contrade — fossile datato d'altri immaginari — sia sopravvissuto, mentre il meraviglioso diveniva di colpo quotidiano e banale, e faccia ancora il giro del mondo (e costringa a interrogarsi sul suo senso) è, di per sé un piccolo miracolo semiotico. Un miracolo del palio.

mercoledì 9 novembre 2011

Freschi d'Esopo


Appuntamento alla libreria Puntifermi di Firenze per la seconda puntata di Freschi d'inchiostro.
Le favole del lupo e della volpe di Esopo, illustrate da Pirro Cuniberti.

Raccontare favole ai bambini bisogna sapersele far raccontare, stare al loro gioco, imporre e subire cambiamenti continui di percorso, di storia, di logica. Bisogna saltare con disinvoltura di palo in frasca, come Pietro, che parlando del lupo ci racconta di come il maiale sia l'unico animale di color rosa ("Anche il fenicottero!" precisa Marta, giovanissima naturalista!),  o come Francesco che ha bisogno, per essere capito, della traduzione che, delle sue parole, ci fa la sorella Martina, che, come Peter Pan, non si è scordata 'di saper volare' e sa ancora parlare il linguaggio degli uccelli; noi, poveretti, non siamo più in grado di capirlo. Oppure bisogna essere disposti a cambiare il canovaccio della serata e invece della chiacchierata prevista sulla moralità di Esopo, essere pronti a ripiegare, divagando, sul catalogo quasi completo degli animali parlanti, da Walt Disney a Garfield e Gatto Silvestro (senza dimenticare Tom e Jerry e i tre porcellini!).
Partendo sempre dalla Volpe e il Lupo di Esopo, beninteso, che era vissuto 2500 anni fa e non ha avuto nemmeno un soldo di diritti d'autore per tutti i racconti che si è inventato.

Alessandro Savorelli, docente di filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha indossato la veste del nonno 'pensionato delle ferrovie' e ha divertito i bambini con storielle che vengono dal mondo antico ma che possono interessare (devono!) anche il mondo moderno. La conferenza sulla morale nell'universo greco può aspettare altra occasione.









giovedì 27 ottobre 2011

Favole sante

«C’era una volta una fonte così infetta che chiunque ne bevesse cadeva subito morto. Donato, salito sull’asino, andò fin lì per sanare l’acqua, ma un terribile drago sbucò fuori della fonte e avvinghiò con la sua coda le zampe dell’asino e si drizzò contro di lui...»

È l'inizio della storia di San Donato e della sua battaglia contro il Drago; una delle tante leggende che si raccontano nel libro di Andrea Rauch e Alessandro Savorelli, Storie Sante, uscito già da qualche mese per le nostre edizioni.

Storie mirabolanti e devote, avventure picare, racconti che si intrecciano tra religiosità, superstizione, magia, favola. Un repertorio strettamente connesso con la storia stessa della nostra civiltà.


La parodia sublime
Alessandro Savorelli

Dai santi siamo circondati, anche chi è tiepido in fatto di religione: le vie, le piazze, le chiese, il calendario, le feste, le immagini, l’arte. Santi antichi, santi moderni o modernissimi: i primi occhieggiano in posa da affreschi e sculture, dei secondi raccontano le cronache giornalistiche e televisive. Santi da sempre, o santi subito.

Maestro della Cappella Manassei, Martirio di Santa Margherita, Prato, Duomo, 1410 ca.

Ma chi furono? che sappiamo di loro? quando sono vissuti? cosa facevano davvero? come è nato il loro culto? chi ha narrato la loro vita? sono tutti rubricabili sotto la generica categoria della ‘santità’ o si possono distinguere in gruppi e categorie diverse? Per rispondere a questi interrogativi è nata da molti secoli una disciplina storica, l’agiografia (da aghios, ‘santo’ in greco): inizialmente incerta, poi sempre più raffinata nelle sue indagini. Uno dei risultati della ricerca storica sui santi, nel quale convergono gran parte degli studiosi, è che – al di là del dato di carattere religioso e di fede – spesso dei santi più antichi non sappiamo quasi niente: si sono formati su una lenta tradizione popolare, orale o scritta, su leggende o culti locali, ma senza una base storica e documentaria precisa. Per molti santi più antichi, che sono anche quelli più famosi, tutto ciò che si sa è spesso la loro “Vita” raccontata da un monaco-scrittore. Ma queste “Vite” più che di eventi storici parlano della mentalità di chi le ha scritte, del suo senso della fede, dei suoi bisogni e delle sue paure: in altri termini, della sua “visione del mondo”.

Gherardo Starnina, Tentazione di Sant'Antonio, Firenze, Santa Croce, 1385

La più famosa raccolta di queste “Vite” - che comprendono, come si suol dire la narrazione di “vita, morte e miracoli” - si deve al vescovo Jacopo da Varazze, vissuto nel Duecento. Dei santi più antichi - anche se può apparire sorprendente - ben poco viene messo in rilievo quanto alla loro statura morale e alla loro sapienza teologica. Molto spesso appaiono solo come protagonisti di avventure - nel senso stretto della parola - autori di motti di spirito, di miracoli spettacolari. Se la devozione popolare e il riconoscimento ufficiale della Chiesa ne ha fatto degli uomini eccezionali, ciò che si legge di loro rasenta il genere della fiaba, e ne ha la stessa funzione: rassicurare, allietare, educare.
Per convincersene basta leggere questa antologia di “vite”, raccontate con stile semplice - da fiaba appunto - ma rispettoso della narrazione originale e paragonarle con le fiabe classiche che si leggono ai bambini o coi miti classici. Si scoprono strane affinità letterarie: che San Giorgio è Perseo, San Cristoforo è Ercole, San Giuliano è Edipo, San Galgano è Artù (e la sua ‘spada nella roccia’), Santa Tecla è Dafne, Sant’Alessio è una specie di bizzarro Ulisse.

Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago, Londra, National Gallery, 1456

Sano di Pietro, San Cristoforo, Siena, Pinacoteca Nazionale, 1450 ca.

Se il mito classico fornisce materiale alle vite dei santi, le situazioni e gli oggetti sono spesso proprio quelli delle fiabe: talismani, castelli e boschi fatati, draghi, orchi (camuffati da pagani), maghi, errori giudiziari, principesse malate o in pericolo, viaggi per mare, tesori nascosti.
La storia di San Tommaso inizia come una fiaba: «Si imbarcarono e giunsero in una città, nella quale il re stava celebrando le nozze della figlia...». Santa Marta, figlia di un re, giunge a Marsiglia, dove «c’era in un bosco un drago, mezzo animale, mezzo pesce, un po’ più grande di un bue, più lungo d’un cavallo, con denti affilati come spade ... nascosto nel fiume uccideva tutti coloro che lo attraversavano e faceva affondare le navi». Santa Cristina, come infinite principesse, è chiusa dal padre, desideroso di un buon partito, «in una torre con dodici ancelle»: «era bellissima e molti la chiedevano in moglie». San Patrizio, alla fine del ponte sospeso sull’abisso infernale trova «una meravigliosa città, scintillante d’oro e di pietre preziose». La vicenda di Sant’Eustachio comincia nel bosco: «Un giorno mentre era a caccia, incontrò un branco di cervi, fra i quali uno era particolarmente grande e bello»: un cervo parlante.

Bernardino Fungai, Martirio di San Clemente, City Art Gallery, York, 1500 ca.

Paragonare le “Vite” dei santi alle fiabe non è un’operazione illegittima: Ingmar Bergman riscrisse in un grande film (La fontana della vergine) una leggenda medievale svedese, sorta attorno al martirio di una santa locale, quasi come se si trattasse di Cappuccetto Rosso. Le “Vite” dei santi sono perciò in primo luogo “pezzi di medioevo fantastico”.
Non deve ingannare l’apparente contrasto tra l’invariabile happy end della fiaba e l’apparente sconfitta del martire, che conclude le sue tribolazioni (tra fantascienza e sadismo) con la morte: la morte del santo è la «parodia sublime» del trionfo dell’eroe delle fiabe, cioè la conquista del premio dell’immortalità e della gloria in un altro mondo: un altro modo di dire «vissero felici e contenti».
Come quella del bambino, la paura del fedele per il male e le sofferenze dell’aldiqua, si scioglie davanti alla promessa di un sogno e di una vita eternamente felice.


San Donato. Sputi al Drago

Fuor di città c’era una fonte talmente infetta che chiunque si provasse a bere un sorso d’acqua era sicuro di cader morto. Eppure era una sorgente che, fino a un punto, aveva dato acqua che tutti potevano bere e trovavano buonissima. Il vescovo Donato fu pregato di dire una preghiera per sanare l’acqua avvelenata. Il sant’uomo salì in groppa al suo asinello e andò alla fonte per benedirla.

Sano di Pietro, San Donato e il Drago, Abbadia Isola, Siena, 1471

Aveva appena cominciato il suo devoto offizio che dall’acqua torbida venne su un drago. Con la lunga coda avvinghiò le zampe dell’asino facendo cadere cavaliere e cavalcatura. La bestiaccia strillava e stringeva, l’asino ragliava, più che impaurito, terrorizzato.
Donato si rialzò alla svelta, si dette una spolverata alla veste e si avvicinò al drago e all’asino avvinghiati. La bestiaccia distolse per un attimo l’attenzione dall’asino, ormai mezzo morto di paura, e si voltò a fare gli occhiacci al santo. Donato gli sputò nella bocca aperta e il drago cadde morto.

Il santo vescovo pregò ancora finché la fonte non fu del tutto risanata e la polla non tornò limpida. Bevve una gran sorsata d’acqua, perché non c’è niente che faccia venir sete come una lotta con il drago, montò in groppa all’asino e tornò lemme lemme in città.


San Giacomo. Miracoli sulla via di Santiago

Una volta, verso l’anno mille, un uomo e suo figlio se ne vennero a Santiago dalla Germania. Si fermarono a dormire a Tolosa, in una locanda tenuta da un oste furfante. Il malvagio era solito nascondere nelle borse dei viaggiatori, che a naso gli sembravano i più sprovveduti, un qualche oggetto prezioso, poi, al mattino, accusava l’avventore di furto e lo portava in giudizio. Nei bagagli del malcapitato si trovava ovviamente l’oggetto rubato. Il tapino veniva condannato, impiccato, i suoi beni confiscati e assegnati al briccone per rifondere il danno. In questo modo quell’oste della malora ingrassava.

Primo Maestro di Lecceto, Miracolo dell'impiccato, Cuna, Siena, 1320 ca.

Fece così anche questa volta; le guardie trovarono nella sacca dei pellegrini una coppa d’argento, il figlio fu giudicato colpevole e impiccato per la gola. Il padre fu privato del suo e cacciato da Tolosa. Dovette continuare da solo il suo mesto pellegrinaggio per Santiago.
Ventisei giorni dopo, sulla via del ritorno, l’uomo volle ripassare da Tolosa per dare un’ultima occhiata al figlio, che era rimasto appeso per ammaestrare i cittadini e satollare i corvi.
Si avvicinò piangendo alla forca ma, muovendo appena la bocca per la corda che gli stringeva il collo, l’impiccato gli disse:
– Babbo caro non piangere! Non me la sono passata male fino ad ora. Il Santo Giacomo mi ha portato ogni giorno da mangiare e bere e mi ha tenuto su per i piedi perché non mi strozzassi.
Il padre corse in città a dare la notizia. Scesero dalla forca il giovane e impiccarono al suo posto l’oste. Non crediamo che San Giacomo abbia sostenuto per i piedi anche lui.


San Benedetto. Il monaco distratto
 
Benedetto da Norcia si ritirò in un eremo e la sua fama di santità si sparse ovunque. Presto molti fedeli si radunarono intorno a lui e Benedetto fece costruire dodici monasteri che accogliessero chi voleva seguire liberamente i suoi insegnamenti.

In uno dei dodici monasteri ci fu una volta un monacello che non riusciva a restare a lungo in preghiera. Tutti genuflessi e a capo chino e lui, dopo un attimo, rialzava la testa e cominciava a guardare uno stormo di uccellini che danzava nell’aria fuori dalla finestra. Oppure si incantava a contare i fili di una tela di ragno all’angolo della parete. O ancora cominciava a grattarsi con accanimento la punta del naso e a cercare con la lingua qualcosa rimasta all’interno della bocca tra le gote e i denti. Per quel fraticello tutto era buono per distrarsi dalla preghiera e il suo comportamento costituiva, va da sé, un pessimo esempio per gli altri monaci.

Sano di Pietro, San Benedetto e il monaco distratto, Abbadia Isola, Siena, 1471

Venne Benedetto e vide un diavoletto piccolo e nero, dal viso dispettoso, che tirava per l’orlo della tonaca il fraticello.
Il santo si mise in devota meditazione, pregò a lungo e si batté il petto in segno di mortificazione.
Quando si alzò, si avvicinò al monaco distratto (che in quel momento era perduto nella contemplazione del gatto del monastero che faceva non so cosa) e lo riempì di bastonate.
Il frate non disse una sola parola: si inginocchiò e prese a biascicare le sue orazioni con una lena che mai gli s’era vista.
Il diavoletto, nemmeno fossero toccate a lui le bastonate, scappò via dall’oratorio e non si fece mai più vedere.

Andrea Rauch, Alessandro Savorelli, Storie Sante, Prìncipi & Princípi, 2010, euro 28,00.
Con immagini della grande arte italiana del trecento e quattrocento.