Si è appena conclusa a Macerata la grande personale delle illustrazioni di Fabian Negrinche ha però lasciato, oltre al luccichìo della sua arte, alcuni preziosi consigli ai giovani illustratori, organizzati in forma di decalogo e pubblicati nel catalogo dell'esposizione. Sono consigli pratici, di buon senso, vagamente provocatori alcuni. In tutti si può riconoscere la personalità dell'autore e dei suoi modi di fare illustrazione. Il decalogo di Fabian Negrin 1. Impara a disegnare. Che dei tuoi disegni nessuno possa dire "questo riesco a farlo anch'io". 2. Leggi tutti i libri, guarda tutte le immagini. 3. Non cercare di essere un artista. 4. Non cercare di essere moderno. 5. Smetti di fissare la Torre Eiffel. I francesi non sono gli unici a fare libri per bambini. 6. Non lasciare stampare i tuoi disegni su carta uso mano o in formati giganti: è solo moda, è solo vanità. 7. Lo stile è la morte dell'illustratore: ogni volta che usi uno stile usa anche il preservativo. 8. Fai libri per bambini. Per bambini. Per bam-bi-ni. 9. Non cercare le immagini fuori dal testo, né dentro il testo. Trovale tra le righe del testo. 10. Non seguire nessun decalogo.
Nelle immagini: due recenti libri di Fabian Negrin editi da Gallucci.
Libriamoci, la rassegna annuale maceratese della creatività e dell'illustrazione è dedicata quest'anno a Fabian Negrin. L'opera del grande artista argentino, da anni apprezzato docente ai corsi della Fabbrica delle Favole, è infatti in mostra dal 2 al 22 Dicembre, nella Galleria degli Antichi Forni.
La personale di Negrin è solo uno dei punti, anche se tra i più ghiotti e stuzzicanti, del programma generale della manifestazione, giunta alla diciannovesima edizione, che vedrà anche Mauro Evangelista e Pia Valentinis presentare il loro magnifico Raccontare gli Alberi, e Atak con il suo Mondo matto. Numerose le iniziative di contatto con il mondo della scuola.
Fabian Negrin
Fabian Negrin nasce nel 1963 in Argentina. A 18 anni si trasferisce a Città del Messico dove si laurea all'Università Autonoma Metropolitana - Facoltà di Grafica. A Città del Messico lavora come illustratore per i principali giornali e collabora come grafico con diverse case editrici e agenzie. Trasferitosi a Milano nel 1989, le sue illustrazioni appaiono su numerosi quotidiani e riviste fra cui “Corriere della Sera”, “Manifesto”, “Panorama”, “Marie Claire”, “Grazia” e “Linea d'Ombra”. Nel 1995 vince il premio Unicef alla Bologna Children’s Book Fair con le tavole di In bocca al lupo. Nel 2009 con i libri Mille giorni e una notte e L'amore t'attende, ottiene la Bib Plaque a Bratislava. Nel 2000 vince il premio Andersen - Il Mondo dell'Infanzia come miglior illustratore e, nel 2005, il Premio Lo Straniero assegnato dalla rivista diretta da Goffredo Fofi.
Uno, cento, mille Negrin
“Forse il miglior illustratore attivo in Italia e certamente il più incline a mettersi in gioco e tentare strade nuove.” (Francesca Lazzarato).
Il giudizio di Francesca Lazzarato è perfetto e forse non ci sarebbe da aggiungere altro perché Fabian Negrin è così bravo che sembra quasi si annoi a riproporre ai suoi lettori, due volte di seguito, la stessa tecnica di disegno e spazia, in maniera disinvolta e, per noi comuni mortali, quasi imbarazzante, dallo schizzo al fumetto, dalla pop art all’iperrealismo, alla silhouette, all’astrazione, al disegno scientifico. Tutti questi ‘generi’, poi, li tocca sempre di sfuggita, impaziente di passare oltre, di tentare nuovi percorsi per la sua arte.
Ma Negrin non è certo tutto qui, nella funambolica abilità di disegno, perché il nostro è anche uno scrittore e fabulatore magnifico, capace di raccontarci storie che ci incantano e, spesso, ci sorprendono. In questo lo aiuta la sua formazione errante per il mondo, dalla natìa Argentina, al Messico della prima formazione, all’Italia della maturità e della consacrazione artistica e professionale.
Il Gigante Gambipiombo
Ricordare la vicenda artistica di Fabian è anche riandare alla storia dei suoi libri, da quel primo Gigante Gambipiombo, “…ingenuo e stranito gigante, pieno di appetiti che non riesce a soddisfare, che vive avventure divertenti e poeticamente strambe. Ci raccontano, ad esempio, delle astuzie dell’oca furba che gabba la fame del gigante facendogli credere di essere un cammello e quindi assai poco adatta per una colazione sostanziosa; oppure di come Gambipiombo, sempre affamato, si mangia tutte le nuvole procurandosi una spaventosa e gigantesca aerofagia.”
In bocca al lupo
Se il nostro buon gigante era adatto a far ridere i bambini (ma ricordiamoci che Jarry diceva che “... quello che fa ridere i bambini fa paura ai grandi!”) il lupo Adolfo, innamorato perso di quel Cappuccetto rosso che avanza in mezzo all’erba e che è “la cosa più bella che abbia mai visto”, ci fa toccare l’aspetto più elegantemente poetico e fascinoso della personalità dell’artista.
In bocca al lupo
In bocca al lupo ci mostra un Negrin di rincorsa dietro ai miti di riferimento, alle fiabe, al già scritto e raccontato, che l'artista piega sempre a nuove ipotesi di senso.
OcchioPin nel paese dei Beiocchi
OcchioPin nel paese dei BeiOcchi
In questo caso esemplare è OcchioPin, che altro non è se non “… un Pinocchio rovesciato che comincia la storia dalla fine e torna verso il suo principio con gli attori che ribaltano il proprio ruolo in commedia. Village Barbecue è l’insignificante periferia (“Non lo si sarebbe potuto chiamare città, né tanto meno campagna. Forse non era nemmeno un vero luogo.”) dove OcchioPin vive con il babbo (che ha trasformato la ‘tavernetta’ della sua villetta bifamiliare in un laboratorio di falegnameria). Il percorso di OcchioPin, nel ventre della Balena, nel Paese dei Balocchi, gli incontri con il ciuco Lucignolo, con la crudele fata Turchina, con i timidi Gatto e Volpe, con il Grillo Parlante antipatico imbonitore, sono parti essenziali di un viaggio iniziatico alla rovescia, dove il bambino-burattino, che non sa dire bugie e quindi è destinato a pardere il suo naso, andrà a ritrovare la sua originale naturalità vegetale. È il rifiuto del mondo ipocrita e privo di senso degli adulti, il rifiuto del conformismo e dello ‘star nei ranghi’, è la riconquista della bellezza, del senso e dell’esperienza della vita. (…) Il burattino Pinocchio e il bambino OcchioPin, dalla fine all’inizio o dall’inizio alla fine, raccontano una storia di formazione, alla ricerca di un mondo “... dove il tempo va avanti e non indietro e dove la gente è capace di vedere la bellezza delle cose del mondo.”
Proprio per la personalità proteiforme dell’artista mi rendo conto di usare troppe citazioni, di darmi ad un laborioso copia incolla di concetti che ho già avuto modo di precisare nel corso del tempo. Così adesso non potrò fare a meno di parlare di Capitan Omicidio, un frammento sapido e umorale di Charles Dickens.
Capitan Omicidio
“Capitan Omicidio è un Barbablù inglese, che sposa giovani fanciulle, le porta in casa con il suo tiro a dodici, le costringe a preparare un pasticcio di carne (una torta salata a seconda della traduzione) e riempie il pasticcio con le teneri e giovani carni delle spose, naturalmente fatte a pezzetti e insaporite con sale e pepe. Da leccarsi le dita, fino all’ultimo ossicino. (…) I disegni di Capitan Omicidio sono (questa volta, chissà la prossima!) quasi astratti, una lettura trasversale e/o separata dal testo, quasi un divagare senza ancoraggio preciso. Ne esce un albo con poche esche narrative ma con moltissimi elementi di suggestione grafica. Macchie d’acqua e colore a spandersi sulle grandi pagine creando spesso una distonia assoluta e magica. Da consigliare a tutti. Da leggere e meditare. Da guardare a bocca aperta. Soprattutto dopo l’imbrunire.”
Il discorso naturalmente va per le lunghe e dovrebbe sostanziarsi e precisarsi meglio con l’esame attento di tutti gli altri titoli del nostro perché da ognuno di essi è possibile recuperare una tessera di mosaico, un frammento di poetica, una divagazione di senso.
Frida e Diego
Ma per fare questo esame ci vorrebbe lo spazio di un saggio storico-critico e non quello di un post sul blog e quindi ci fermeremo dopo un’ultima occhiata a uno dei libri più recenti di Fabian, quel Frida e Diego che ripercorre l’infanzia di Frida Kahlo e Diego Rivera, tra i colori accesi del centro america, le agavi e i cactus pungenti, i fiori carnosi, i dolciumi zuccherosi e, soprattutto, quel rapporto magico e ancestrale con il paese dei morti che rimanda alla tradizione che Negrin deve aver fatto sua negli anni della formazione a Città del Messico. Qui il gioco di riferimenti si fa più serrato e intrigante. Il racconto del Diego Rivera bambino permette a Fabian di ‘citare’ a piene mani la pittura del grande muralista messicano, ma la storia gli permette di andare anche al fondo dell’anima popolare di quel paese e di riferirsi, personaggi eponimi e fondanti del libro, agli scheletri borghesi e popolari (le calaveras) di Guadalupe Posada.
Frida e Diego
Non sappiamo a cosa stia lavorando adesso Fabian Negrin. Certo a qualcosa che non ci aspettiamo, ad un approccio nuovo per la sua arte inquieta. L’importante è non annoiarsi mai, vero Fabian?
Libri di Fabian Negrin citati: Il gigante Gambipiombo, Orecchio Acerbo, 2001 In bocca al lupo, Orecchio Acerbo, 2004 OcchioPin nel Paese dei Bei Occhi, Orecchio Acerbo, 2006 Capitan Omicidio, Orecchio Acerbo, 2006 Frida e Diego, Gallucci, 2011
Libri che non avevamo segnalato perché il nostro blog
non esisteva ancora. Libri che abbiamo segnalato altrove. Libri
che meritano comunque di essere segnalati e ricordati. Libri mai
usciti in Italia. Libri memorabili per testi e immagini. Libri.
16. Charles Dickens, Fabian Negrin. Capitan Omicidio
Un frammento da Charles Dickens, in tema di bicentenario, un racconto sapido e quasi sadico, raccontato dalla nurse all'allora bambino Charles con l’evidente scopo di fargli paura. Altri momenti e tempi della pedagogia. Dickens d’altronde, ne ebbe paura, conservò sempre un pessimo ricordo della sua nurse (troppo chiamarla tata!), ma seppe trasfigurare quel ricordo d’infanzia in un gustosissimo gioiello narrativo.
Capitan Omicidio è un Barbablù inglese, che sposa giovani fanciulle, le porta in casa con il suo tiro a dodici, le costringe a preparare un pasticcio di carne (una torta salata a seconda della traduzione) e riempie il pasticcio con le teneri e giovani carni delle spose, naturalmente fatte a pezzetti e insaporite con sale e pepe. Da leccarsi le dita, fino all’ultimo ossicino.
Capitan Omicidio non prevede lieto fine. Il briccone la pagherà cara, avvelenato da una delle sue vittime e gonfiandosi fino a scoppiare, ma nessuna sposa riuscirà a sopravvivere al malfattore e i cavalli fuggiranno via veloci e impauriti. Un racconto perfido e ilare, angosciante e ironico, nella scia del miglior Dickens.
Fabian Negrin ci racconta la storia a suo modo. Insofferente da sempre al tentar di definire uno stile, Fabian cerca in ogni sua opera un modo diverso di narrare e spazia, con bella disinvoltura e straordinaria sicurezza, tra le tecniche di disegno senza legarsi mai decisamente ad un modo preciso.
I disegni di Capitan Omicidio sono quasi astratti, una lettura trasversale e/o separata dal testo, quasi un divagare senza ancoraggio preciso. Ne esce un albo con poche esche narrative ma con moltissimi elementi di suggestione grafica. Macchie d’acqua e colore a spandersi sulle grandi pagine creando spesso una distonia assoluta e magica.
Da consigliare a tutti. Da leggere e meditare. Da guardare a bocca aperta. Soprattutto dopo l’imbrunire.
Charles Dickens, Fabian Negrin, Capitan Omicidio, Traduzione di Angela Ragusa, Orecchio Acerbo, 2006, euro 13,50.
Libri che non avevamo segnalato perché il nostro blog non esisteva ancora. Libri che abbiamo segnalato altrove. Libri che meritano comunque di essere segnalati e ricordati. Libri mai usciti in Italia. Libri da ricordare per testi e immagini. Libri.
1. Fabian Negrin. Il gigante Gambipiombo
Il Gigante Gambipiombo fu, nel 2001, il primo titolo di Orecchio Acerbo. Le vicende del gigante, ingenuo e stranito, pieno di appetiti che non riesce a soddisfare, sono divertenti e poeticamente strambe. Ci raccontano, ad esempio, delle astuzie dell’oca furba che gabba la fame del gigante facendogli credere di essere un cammello e quindi assai poco adatta per una colazione sostanziosa; oppure di come Gambipiombo, sempre affamato, si mangia tutte le nuvole procurandosi una spaventosa e gigantesca aerofagia. Le flatulenze che ne susseguono, e che siamo certi abbiano divertito assai i bambini, riducono sempre più il volume del gigante che alla fine scompare sotto la gonna, profumata anch’essa, della mamma.
Nella versione di Fabian le “puzze” di Gambipiombo sono chiamate “scoregge” e qui si pone un problema, come dire, di congruità linguistica. Perché le “puzze” sono qualcosa che mai si deve scrivere (così recitava un forse malinteso bon ton!) e quindi ne ignoriamo, per mancanza di pratica, la grafia esatta o la lezione autentica. “Scoregge”, dunque, oppure “coreggie”, o “cureggie”, o non anzi “scurregge”? Naturalmente ogni voce è esclusa, espulsa e rimossa da conversazioni perbene, figuriamoci dalla scrittura ufficiale.
Potremmo rifugiarci nelle “puzze” appunto, oppure negli edulcorati e ipocriti “peti” con annessi i vezzeggiativi e/o diminutivi, “puzzette” e “petini”. I bambini però seguiranno più volentieri Gambipiombo nella via delle “scoregge”, linguisticamente o no corrette che siano. Come, da bambini, noi seguivamo ghignando la filastrocca di "... Dante, lo scurreggiante/ ne fa una, ne fa tante/ ne fa una puzzolente/ fa scappar tutta la gente…"
Tra le pagine del libro di Fabian Negrin si aggira, comunque, un gran buon odore… Fabian Negrin, Il Gigante Gambipiombo, Orecchio Acerbo, euro 12,00, 2001-2006.
Roberto Innocenti ci ha raccontato una Cappuccetto rosso nelle periferie di complessa modernità, dramma e favola e presa di posizione sociale e politica al tempo stesso. Il Cappuccetto di Roberto è dunque 'rivisitato' nella ‘lettera’ ed è questo il destino cui va incontro sempre la fiaba quando passa di bocca in bocca, di cultura in cultura, di paese in paese, di tempo in tempo, e in ogni momento aggiunge i sedimenti di nuove narrazioni e interpretazioni (storiche, letterarie, antropologiche) a quelle precedenti. È in fondo la teoria, cara agli antropologi, del “soffio sulla cenere”, che solleva scintille che ricadono in ogni dove senza che se ne possa rintracciare l’origine. Patrimonio comune, quindi, di tutti i popoli e le culture, metafore che, da vernacolari, si fanno universali.
Di Cappuccetto rosso, comunque, ben si conosce l’atto di nascita letterario, quel 1697 quando Charles Perrault dette alle stampe i suoi Racconti di Mamma Oca(Le Petit Chaperon Rouge), e si conosce molto bene anche la rivisitazione che, nel 1812, i Fratelli Grimm pubblicarono nel loro Kinder- und Hausmärchen (Rotkäppchen) Le due narrazioni, sostanzialmente simili se non per il finale, sono le versioni più note della fiaba e raccontano delle difficoltà di entrare ‘nel bosco’, di mettersi in contatto con la trasformazione del proprio corpo, con i complessi edifici irrisolti o in via di risoluzione. Una fiaba di formazione e di crescita che nega o riconferma il ruolo protettivo della paternità, che si nutre delle passioni ‘rosse’ della bambina e del suo entrare e uscire (o entrare e ‘non uscire’, secondo Perrault) da quel bosco misterioso che è la propria sessualità. Ma di tutto questo parla molto beneBruno Bettelheime al suo Mondo Incantato rimandiamo il lettore che volesse saperne di più e di meglio.
Gustave Doré, 1867
Per quanto riguarda l'illustrazione va da sé che una prima doverosa citazione si deve a Gustave Doré che, della versione di Perrault, ci ha dato immagini irrinunciabili. La bambina non ha un cappuccetto innanzitutto, ma un cappelluccio a ricottina, e la sua familiarità con il lupo, specialmente nella scena del letto, ce la rende quantomeno sospetta. Qui non c’è paura né conflitto; Cappuccetto, accanto alla nonna-lupo, appare quasi complice del malfattore. Sacrifica la sua innocenza con impudica noncuranza, è serena, tranquilla, non ignara di quanto sta succedendo. Se non complice, almeno connivente.
Gustave Doré, 1867
Emanuele Luzzati, 1988
Naturalmente l’esempio di Doré è il più illustre e nel corso degli anni le versioni di Cappuccetto poco o molto significative si sono contate a centinaia: senz'altro da ricordare quelle di Lele Luzzati (contenuta in una strenna Olivetti del 1988), quelle di Kveta Pacovska, Tony Ross e Lisbeth Zwerger, quelle cromatiche (giallo, verde, blu, bianco...) di Bruno Munari.
Un accenno anche alla rivisitazione del 1934 dovuta a Walt Disney che introduce Cappuccetto nel mondo dei suoi tre porcellini e ne dà una versione umorale e sapida, contrapponendo la leziosità danzata di Cappuccetto alla voracità sanguigna e picara del lupo. Siamo qui all’interno di un topos di Disney (‘Squadra che vince non si tocca’) ma di tutto quanto siamo andati fin qui dicendo, sessualità, formazione, complessi edipici irrisolti, non si trova traccia.
Di ben altra modernità e sensibilità le versioni che, in anni a noi più recenti, hanno dato della fiaba Sarah Moon, Chiara Carrer, Nicoletta Ceccoli, Octavia Monaco e Fabian Negrin.
Sarah Moon, 1983
Sarah Moon è una grande e celebrata fotografa di moda e si avvicina a Cappuccetto tramite i buoni uffici di Etienne Delessert che aveva progettato e realizzato, all’inizio degli anni ’80, una collana di libri di fiabe edita in Francia da Grasset e in America da Creative Editions, e che si avvaleva dell’opera non solo di illustratori famosi, ma anche di grafici, fotografi, artisti, di gran prestigio. Dell’importanza complessiva di quelle edizioni (mai pubblicate in Italia) dovremo comunque riparlare.
Sarah Moon illustra la fiaba di Perrault con 12 foto notturne crudeli e impietose. La bimba Cappuccetto si aggira nella città di notte, corre per le strade deserte, incontra naturalmente un lupo (se ne vede solo l’ombra ma il segno della sua presenza perversa e incombente, l'auto nera di gran lusso, invade le pagine), e alla fine lascerà traccia della sua esistenza disincantata e impaurita solo tra le lenzuola di un letto sfatto.
Sarah Moon, 1983
Chiara Carrer e Nicoletta Ceccoli (inserite daTiziana Roversi nella mostra bolognese, dedicata qualche anno fa a Nero lupo, rosso Cappuccetto) si segnalano soprattutto per la sottile e intrigante ambiguità che pervade le loro illustrazioni.
Chiara Carrer, 2005
Chiara parte da lontano e illustra una preesistenza, recuperata dall’antropologo Paul Delaure, nella tradizione orale francese. La fiaba de La bambina e il lupo è ben più antica della versione di Charles Perrault. È una storia 'di donne', una sorta di protoguerra dei sessi che va combattuta senza esclusione di colpi, cruda come ogni storia archetipica, dove la bambina vince perché riesce a superare la prova.
Le illustrazioni di Chiara Carrer, pubblicate in volume da Topipittori nel 2005, sono magnifiche e inquietanti nella loro essenzialità. Tutte giocate con collages 'elementari' sui toni del rosso e del nero, con poche tracce di giallo paglierino. La bambina è aperta, curiosa, timorosa, impaurita, scaltra come deve essere. Il lupo Bzou è inquietante e luciferino, perfido, sanguinario e libidinoso, ma l'angoscia palpabile del racconto nasce semmai dal contesto in cui i personaggi agiscono, nelle aperture teatrali di rosso e nero, negli squarci di luce, nell'intreccio spinoso dei boschi.
Attenzione; la trama è molto simile al consueto. La bambina va a portare alla nonna la focaccia calda e il latte. Il lupo Bzou la precede lungo la strada delle Spine e si mangia la nonna "ma non tutta; un po' ne mise da parte nella credenza, caso mai più tardi gli fosse venuta fame".
Poi si mette a letto ad aspettare la bambina. Che viene, e il lupo cerca di farle mangiare i pezzetti avanzati della nonna; la bambina si spoglia e si mette a letto con il lupo. Quando si arriva a "che bocca grande che hai", "per mangiarti meglio", la bambina però vuole uscire all'aperto perchè le scappa la pipì. Il lupo deve farla andare ma le lega un filo di lana ad una caviglia per costringerla a tornare indietro. Appena fuori, la bambina strappa il filo e fugge libera verso casa.
Chiara Carrer, 2005
Una prova magistrale di Chiara Carrer. Sono tocchi lievi, quasi avari di segno, ma netti e precisi, quelli di Chiara; riescono a trasmettere quella sorta di angoscia che le grandi fiabe debbono e sanno trasmettere.
Nicoletta Ceccoli, 2005
Nicoletta Ceccoli illustra la versione dei fratelli Grimm e sovrappone al finale consolatorio di quella lezione (il cacciatore che arriva a salvare nonna e nipote dalla pancia del lupo), le angosce e le ambiguità che costituiscono da sempre, la sostanza del suo disegnare.
Colori densi e figurazioni sfumate. Una natura apparentemente serena, ma nella sostanza ‘liquida’, quella che prende Cappuccetto e che vorrebbe, insieme al lupo azzurro, sinuoso come un serpente, avvolgere la bambina tra le sue spire e farla scomparire al suo interno. Nicoletta Ceccoli mette in scena una sorta di cannibalismo morale, e della fisicità dei personaggi mantiene solo la carica onirica e deviata, più da incubo che da sogno.
Octavia Monaco, 2005
Octavia Monaco, anche lei nella mostra bolognese di Tiziana Roversi, illustra un'altra delle fiabe 'parallele' di Cappuccetto; quella Finta nonna che era già stata inserita da Italo Calvino nel corpus delle Fiabe italiane.
D'altra parte Octavia non poteva fare scelta più conseguente, abituata com'è a illustrare i suoi libri 'sovrapponendosi' al testo e svolgendo così un proprio discorso artistico conseguente e parallelo. Le illustrazioni ci appaiono quindi completamente riferite e completamente 'astratte'; raccontano una storia per via di suggestioni e impressioni, nulla concedendo all'ovvio e al già visto.
Ultima citazione per Fabian Negrin, che disegna per Orecchio Acerbo, nel 2003, la storia della bambina vista dalla parte del lupo. Una storia di incanti e passione, In bocca al lupo, di equivoci e malintesi con Cappuccetto, dal lunghissimo cappello rosso, che avanza nel bosco e con il lupo Adolfo che si innamora di lei perché non ha mai visto cosa più bella. Il cacciatore verrà a spezzare l'incanto e l'angelo-lupo non potrà che salutare dall'alto di una nuvola il suo perduto amore. Una riscrittura in piena regola ma d'altronde Fabian ci ha abituato da gran tempo a non stupire mai di nulla, a gustare con curiosità e sorpresa tutto quello che esce dalla sua magica penna di illustratore e di scrittore.