Generalmente siamo più attenti a quanto succede nel mondo dell’illustrazione che non in quello della scrittura (a meno che le cose coincidano) ma ogni tanto possiamo fare un’eccezione. E l’eccezione è questo libretto di Andrea Sottile, vera e propria raccolta di ‘esercizi di stile’: La principessa capovolta, che Rizzoli ha mandato in libreria a ridosso della Fiera di Bologna.
La principessa di Fracapàs, mentre passeggia in giardino, cade a testa in giù, il mondo le si capovolge, i capelli mettono radici e nessuno riesce più a riportarla con i piedi per terra. Il canovaccio è semplice, articolato come ogni fiaba che si rispetti, con elementi magici, prove da superare, scritte misteriose, servi astuti, principi a volte fascinosi a volte tonti. Ma Sottile questa materia la tratta come espediente per raccontarci un’altra storia, quella di come per raccontare le storie è necessario ‘farsele raccontare’. Così il papà del libro (manca la mamma, dov’è?) deve ascoltare le sollecitazioni continue, a volte petulanti a volte puntuali, sempre gustose, delle due figlie Irene e Miranda, e narrare, interrompere, riprendere il racconto sempre a modo suo, ma anche a modo loro.
Il coro ‘greco’ delle due bambine sollecita, precisa, devia il corso della narrazione che, in un gioco trasparente che si riferisce a Raymond Queneau, ma anche a Italo Calvino, che non dimentica le lezioni di Propp né quelle di Bettelheim (ma che soprattutto è una girandola di scintillante e divertita arguzia), diventa di volta in volta una storia di magia, un horror, un racconto gastronomico o drammatico, una mappatura del territorio, una filastrocca, un telegramma, una notizia del telegiornale. Sempre con la povera principessina che se ne rimane a testa in giù. E sempre, naturalmente con la sensazione che la storia definitiva della 'principessa capovolta' siamo invitati a inventarcela da soli.
Andrea Sottile, La principessa capovolta, Una catastrofe in 24 capitoli, Rizzoli, euro 9,90.
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martedì 5 giugno 2012
sabato 21 aprile 2012
Le vie delle fiabe
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| Illustrazione di Vsevolod Nicouline |
( Comunicato stampa) Programma del Convegno a cura dell’Associazione Culturale Youkali, Bologna, in collaborazione con Ministero della Pubblica Istruzione.
L’Associazione Youkali invita i genitori e i docenti interessati a partecipare a un convegno dal titolo Le vie delle fiabe: narrare come ponte tra culture che si svolgerà il 28 e 29 aprile a Bologna. Il convegno è organizzato in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, della Provincia e del Comune di Bologna.
Il 28 aprile si svolgerà presso la sede della Provincia in via Zamboni 13. Mentre il 29 aprile il convegno si sposterà nella Sala del Baraccano in via S. Stefano 119.
L’ingresso al convegno è gratuito, ma è richiesta l’iscrizione. Sono previste facilitazioni per quanti vorranno prenotare pranzo e cena del 28 aprile o pernottare a Bologna.
Per info e iscrizioni al convegno Associazione Culturale Youkali 051 4074257; 333 4774139; info@youkali.it www.youkali.it
Programma dei lavori
28 aprile 2012
Sala del Consiglio Provinciale
via Zamboni 13, Bologna
Le narrazioni nell’interazione tra culture
Sessione del mattino: dalle ore 10 alle 12,30
Saluto ai partecipanti da parte dell’Associazione Culturale Youkali
Interverranno:
Antonio Cutolo
Dirigente Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca
Vinicio Ongini
Ufficio Integrazione alunni stranieri del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca
Le altre Cenerentole. Il giro del mondo in 345 scarpe
Lidia Bonini
Associazione Italiana Biblioteche, Sezione Emilia Romagna
Il contributo delle biblioteche nella diffusione della lettura
Arianna Papini
scrittrice per l’infanzia
Raccontami chi sono: fiaba, identità, trasformazione
Mirca Ognisanti
Comune di Bologna Settore Istruzione (Centro RIESCO)
Le storie come strumento di partecipazione delle famiglie
Associazione Culturale Youkali
Carolina D’Angelo
scrittrice per l’infanzia
Quando la realtà entra nella narrazione fiabesca: H. H., una storia del nostro tempo.
Lettura drammatizzata di H.H. edito da Prìncipi e Princípi e intervento dell’autrice.
Ivana Bolognesi
Ricercatrice presso la cattedra di Pedagogia interculturale Università di Bologna
Dal libro al progetto interculturale: storie di bambini nella vita quotidiana
Sessione pomeridiana: dalle ore 15 alle 17
Interverranno:
Cristiana Natali
Docente di Civiltà indiana Università di Bologna
Alessandra Piva
danzatrice danza indiana
Michele Rak
Docente di Teoria e critica della letteratura Università di Siena
Luigi dal Cin
scrittore per l’infanzia
Mille e una fiaba, mille e un modo di salvare la vita”
Liljana Picari
Associazione italio- Albanese "Incontriamoci insieme" – Cervia
Le fiabe, la musica e la danza nell’attività di mediatrice culturale
Sofia Gallo
responsabile della collana “Fiabilandia” della Casa editrice Sinnos
L'importanza della tradizione orale in una scuola plurilingue
29 aprile 2012
Sala del Baraccano,
via Santo Stefano 119, Bologna
Di fiabe in fiabe
tavola rotonda per la realizzazione di un coordinamento nazionale dei festival dedicati alle fiabe e spunti per la redazione di un manifesto dedicato all’uso didattico, teatrale e interculturale delle fiabe
Sessione del mattino: dalle 9,30 alle 12,30
Interverranno:
Simona Sagone
curatrice progetto “Oggi racconto io” e della rassegna “Fiabe dal mondo”
Youkali e l’utopia della rete nazionale delle fiabe
Aura di Tommaso
Vicesindaco e Curatrice del Festival della fiaba di Castel Ritaldi
Castel Ritaldi Città delle fiabe
Giuseppe Errico
Direttore scientifico del Festival della fiaba di Campodimele
Tutte le fiabe sono "buone": dalla narrazione fiabesca all'inclusione sociale
Leo Pizzol
Direttore Mostra Internazionale dell’illustrazione per l’infanzia di Sarmede
L’esperienza di Sarmede per un economia fiabesca
Seguirà dibattito aperto ai contributi di tutti i convegnisti e dei presenti
L’ingresso al convegno è gratuito, è gradita la prenotazione. Per gli iscritti al convegno sono previste possibilità di prenotazione del pranzo e della cena del 28 aprile a prezzi convenzionati e l’eventuale pernottamento a Bologna della notte del 28.
Per informazioni sulle convenzioni e iscrizioni al convegno:
Associazione Culturale Youkali 051 4074257; 333 4774139;
info@youkali.it www.youkali.it
martedì 7 febbraio 2012
Eugenio e Guido: compagni di scuola
“Qual è il quid che contraddistingue Golia e che lo fa caricaturista e illustratore unico e irripetibile? Sembrerà una banalità: ma la prima dote di quel suo segno allampanato, magro e ironico è la sua surreale, stravolta eleganza. Golia che era, prima di tutto, un uomo elegante, era elegante sempre, sulla pagina…” (Alfredo de Barberis)
Uomo e disegnatore elegante quindi, Eugenio Colmo, Golia per gli amici fin dai banchi di scuola, per la sua altezza, forse straordinaria per il periodo che visse. Elegante soprattutto per il disegno, nitido e asciutto, preciso e lineare, senza sbavature né incertezze. Elegante anche per frequentazioni perché, nato nel 1885 nella Torino ancora intimamente sabauda, anche se non più capitale, ebbe a frequentare il ginnasio e il liceo con Guido Gozzano compagno di classe. Con Gozzano Golia farà un bel pezzo di strada e gli atteggiamenti dell’uno sono specchio della personalità dell’altro. Entrambi si iscrivono a legge, dopo il Liceo, entrambi si allontaneranno dall’Università senza giungere alla laurea, entrambi daranno vita, nel 1914, a Numero, giornale satirico cui collaborarono tutti i migliori talenti grafici dell’epoca, da Sergio Tofano a Filiberto Scarpelli, da Bruno Angoletta a Giovanni Manca.
Guido Gozzano comporrà per il giornale la Ballata dell’Uno che finge che il primo numero del giornale sia andato esaurito (in edicola Numero uscì infatti dal numero, e scusate il bisticcio, 2).
L’Uno è tutto esaurito
Non lo trova più nessuno
A chi dà copia dell’Uno
Un milione è profferito.
Guido Gozzano muore giovane nel 1916 e Golia illustra, come estremo omaggio all’amico perduto, le sue fiabe, in parte già pubblicate dal Corriere dei Piccoli. Che resteranno esemplari nella storia della novellistica, ancora per eleganza certo, ché Gozzano era scrittore di estremo rigore formale, e anche perché sembrano redatte con un occhio alle teorie morfologiche di Wladimir Propp (ma attenzione siamo più di dieci anni in anticipo sullo studioso russo).
La Principessa si sposa, che Gozzano scrive e che poi Golia illustra, pare una raccolta di esempi didattici, tanto le fiabe possono essere sezionate ed esaminate ‘a freddo’, quasi sul tavolo dell’anatomopatologo.
In esse si trovano tutti gli archetipi della fiaba. C’è l’eroe, la fanciulla, l’incantamento, la prova, il superamento della prova, la ricompensa. C’è il re padre affatturato, ci sono gli animali parlanti e tutto, naturalmente, sempre in numero di tre (tre le principesse, tre le scrofe fatate, tre i talismani, tre i doni…). Ogni rigo e ogni situazione potrebbe essere incasellata in uno degli schemi della Morfologia proppiana.
Fiabe che, per sapienza e lucidità di lingua, sono esempio di composizione, artificio letterario e poetico, completamente fuori del tempo ma proprio per questo, esemplarmente didattiche.
Per Golia dovrebbero essere ripetuti gli stessi aggettivi e analisi, tanto i suoi disegni appaiono perfetti per quelle storie e per quello scrittore. Illustrazioni ‘sottovoce’, mai strillate o sopra e righe, dove mai si calca la mano o si sconfina nei mondi dell’angoscia o della tenebra. O del morboso.
“Nelle illustrazioni di Golia non scorgi nessun complesso universo onirico, non c’è nessun sogno / segno proibito; c’è piuttosto molta tenerezza, molto abbandono e molta limpidità…” (AdB)
Per saperne di più si veda Madamine, Ministri, Midinettes. Golia (Eugenio Colmo). A cura di Paola Pallottino, Cappelli editore, 1979.
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
Guido Gozzano comporrà per il giornale la Ballata dell’Uno che finge che il primo numero del giornale sia andato esaurito (in edicola Numero uscì infatti dal numero, e scusate il bisticcio, 2).
L’Uno è tutto esaurito
Non lo trova più nessuno
A chi dà copia dell’Uno
Un milione è profferito.
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
Guido Gozzano muore giovane nel 1916 e Golia illustra, come estremo omaggio all’amico perduto, le sue fiabe, in parte già pubblicate dal Corriere dei Piccoli. Che resteranno esemplari nella storia della novellistica, ancora per eleganza certo, ché Gozzano era scrittore di estremo rigore formale, e anche perché sembrano redatte con un occhio alle teorie morfologiche di Wladimir Propp (ma attenzione siamo più di dieci anni in anticipo sullo studioso russo).
La Principessa si sposa, che Gozzano scrive e che poi Golia illustra, pare una raccolta di esempi didattici, tanto le fiabe possono essere sezionate ed esaminate ‘a freddo’, quasi sul tavolo dell’anatomopatologo.In esse si trovano tutti gli archetipi della fiaba. C’è l’eroe, la fanciulla, l’incantamento, la prova, il superamento della prova, la ricompensa. C’è il re padre affatturato, ci sono gli animali parlanti e tutto, naturalmente, sempre in numero di tre (tre le principesse, tre le scrofe fatate, tre i talismani, tre i doni…). Ogni rigo e ogni situazione potrebbe essere incasellata in uno degli schemi della Morfologia proppiana.
Fiabe che, per sapienza e lucidità di lingua, sono esempio di composizione, artificio letterario e poetico, completamente fuori del tempo ma proprio per questo, esemplarmente didattiche.
Per Golia dovrebbero essere ripetuti gli stessi aggettivi e analisi, tanto i suoi disegni appaiono perfetti per quelle storie e per quello scrittore. Illustrazioni ‘sottovoce’, mai strillate o sopra e righe, dove mai si calca la mano o si sconfina nei mondi dell’angoscia o della tenebra. O del morboso.
“Nelle illustrazioni di Golia non scorgi nessun complesso universo onirico, non c’è nessun sogno / segno proibito; c’è piuttosto molta tenerezza, molto abbandono e molta limpidità…” (AdB)
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
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| Guido Gozzano, Golia (illustrazione), La Principessa si sposa, Treves, 1917, Einaudi 1973 |
lunedì 30 gennaio 2012
Storia lunatica
Nel 1812 fu pubblicata Kinder und Hausmärchen la raccolta delle Fiabe dei Fratelli Grimm. Una data da ricordare, duecento anni tondi tondi, e che sarà certo ricordata, usata e abusata durante tutto l'anno. Noi cominciamo subito. Uscirà infatti il 2 febbraio in libreria il libro di Andrea Rauch, La luna, rielaborazione di una fiaba, appunto, dei Fratelli Grimm. L’albo, nella collana Fiabe, sarà messo in vendita al prezzo di 12,00 euro.
Una luna che viene da lontano
Andrea Rauch
Mi si scuserà se, almeno per questa volta, sarò costretto a usare spesso il pronome io e il possessivo mio, ma, visto che la storia è strettamente personale, mi ci vedo necessariamente costretto.
Dunque, in questi giorni viene consegnata al distributore, perché la mandi in libreria, una fiaba dei Fratelli Grimm, rielaborata e progettata da chi scrive questa nota: La luna.
Perché scelsi (poi dirò anche perché uso il passato remoto) una fiaba relativamente poco nota è presto detto e me ne faccio forte anche nel retro di copertina del libro: perché Italo Calvino, nella sua prefazione storica al volume delle fiabe dei Grimm edito da Einaudi, giudicò La luna fiaba “perfetta” tra quelle dei due scrittori tedeschi.
Lasciamo la parola a Calvino: “Se dovessimo dichiarare quale è per noi la storia più bella del libro, e la più completa di tutte le anime che lo compongono, diremmo che è La luna: mito cosmogonico pagano, novella paesana, iconografia medievale dell’al di là cristiano, comicità dell’assurdo, sono concentrati in un paio di pagine dove la “voce” popolare e la sofisticazione letteraria fanno una cosa sola.”
Appena letta questa nota andai subito, com’è ovvio, a prendere visione della fiaba e Calvino aveva ‘quasi’ ragione: nel senso che l’andamento del racconto mi sembrò ‘quasi’ perfetto, eccetto per l’intervento, deus ex machina, di un improbabile San Pietro che mi parve stonare con il nitore, questo sì ‘quasi’ perfetto, del racconto. Mi presi dunque la libertà di riscrivere i Grimm e, secondo una tradizione comune a tutti i tempi e modi della favolistica, di cambiare qua e là qualche particolare della storia. Quando il testo fu, a mio giudizio, bello e definito, ne disegnai un menabò che mi sarebbe servito come guida alle illustrazioni. Suddivisi il testo per le aperture necessarie e schizzai le situazioni. Non solo: mi presi la briga di elaborare anche due o tre immagini ‘definitive’ che sarebbero state le prime del lavoro. Era l’estate del 1977, quasi trentacinque anni fa.
Non mi ricordo perché quel lavoro fu abbandonato quasi subito. Forse per mancanza di editore, oppure perché ne fui distolto da impegni nuovi e più urgenti. Oppure per caduta di interesse. O magari per una miscela di tutto questo. Fatto sta che quel menabò fu chiuso in un cassetto dove ha dormito della grossa per più di trent’anni, finché lo scorso anno, appena cominciata l’avventura di Prìncipi & Princípi mi è tornato alla mente, l’ho ricercato nei miei cassetti, ho riletto quell’antico canovaccio e, dopo aver scorso le illustrazioni preparate nel 1977 (irrimediabilmente invecchiate!), ho deciso di percorrere una strada nuova, riferita più alla mia storia personale di grafico che a quella di illustratore.
Il risultato, elaborato in pochi giorni dopo i trent’anni di silenzio, è quello che avete sotto gli occhi e se le prime illustrazioni si erano riferite ad una generica ispirazione (o copia!) dei modi di Tomi Ungerer e Michael Foreman, questa definitiva stesura ripercorre una delle vie maestre della grafica, quell’ars combinatoria che, dalla tipografia costruttivista di El Lissitskji, percorre la storia del visual design del novecento, riaffiora con Otl Aicher e la scuola di Ulm, e da lì si estende a tutti i sistemi di segnaletica urbana e direzionale recenti.
Le tevole della Luna sono assemblaggi di elementi geometrici (perlopiù circonferenze ma anche quadrati, segmenti di linea, pallini…) che diventano, o perlomeno che cercano di diventare, emblematici. Un po’ il procedimento che Leo Lionni aveva usato per Piccolo Blu e Piccolo Giallo (si parva licet…); elementi minimi che si mescolano tra loro, prendono forza e significato dalla vicinanza o dal contrasto con altri elementi simili, finiscono per raccontare una storia esemplarmente simbolica, e possono, con il variare delle posizioni nella pagina, assumere altri significati e suscitare nuove emozioni. Senza dover ricercare, come trent’anni prima, i propri padri nobili nei disegni di Tomi Ungerer o Michael Foreman.
Una luna che viene da lontano
Andrea Rauch
Mi si scuserà se, almeno per questa volta, sarò costretto a usare spesso il pronome io e il possessivo mio, ma, visto che la storia è strettamente personale, mi ci vedo necessariamente costretto.
Perché scelsi (poi dirò anche perché uso il passato remoto) una fiaba relativamente poco nota è presto detto e me ne faccio forte anche nel retro di copertina del libro: perché Italo Calvino, nella sua prefazione storica al volume delle fiabe dei Grimm edito da Einaudi, giudicò La luna fiaba “perfetta” tra quelle dei due scrittori tedeschi.
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| Prove, 1977 |
Appena letta questa nota andai subito, com’è ovvio, a prendere visione della fiaba e Calvino aveva ‘quasi’ ragione: nel senso che l’andamento del racconto mi sembrò ‘quasi’ perfetto, eccetto per l’intervento, deus ex machina, di un improbabile San Pietro che mi parve stonare con il nitore, questo sì ‘quasi’ perfetto, del racconto. Mi presi dunque la libertà di riscrivere i Grimm e, secondo una tradizione comune a tutti i tempi e modi della favolistica, di cambiare qua e là qualche particolare della storia. Quando il testo fu, a mio giudizio, bello e definito, ne disegnai un menabò che mi sarebbe servito come guida alle illustrazioni. Suddivisi il testo per le aperture necessarie e schizzai le situazioni. Non solo: mi presi la briga di elaborare anche due o tre immagini ‘definitive’ che sarebbero state le prime del lavoro. Era l’estate del 1977, quasi trentacinque anni fa.
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| Menabò, 1977 |
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| Prova, 1977 |
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| El Lissitskji |
| Otl Aicher |
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| Menabò, 1977 |
mercoledì 26 ottobre 2011
Quella volta che gli Orsi invasero la Sicilia...
"Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie.” (Dino Buzzati)
Forse davvero, per Dino Buzzati, scrivere o dipingere sono state la stessa cosa: un modo di raccontar storie, per ‘disegnare’ o ‘descrivere’ le stesse atmosfere rarefatte, metafisiche, fiabesche. È una fiaba, infatti (parliamo di scrittura) I segreti del bosco vecchio, ed è una fiaba, in fondo, anche Il deserto dei Tartari. Sono fiabe tutti i suoi racconti, fiabe anche ‘visive’, intendiamo, sopratutto perché noi oggi, a posteriori, ricolleghiamo quelle pagine 'scritte' ai disegni che Buzzati ci ha lasciato e che ci fanno vedere il 'silenzio' solitario e quasi ieratico dei suoi paesaggi, le linee metafisicamente sghembe delle sue piazze e delle sue vie, le guglie e i pinnacoli, sempre a mezza via tra il gotico fiammeggiante del Duomo di Milano e le cime aguzze delle Dolomiti del bellunese.
Scrittura e visualità intrecciate e indissolubili. Buzzati è stato dunque artista e fabulatore in grado di dipanare tra disegno e parola le sue storie ancestrali e le sue visioni rassegnate, o ironiche, o sconsolate.
“Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture non le « può » prendere sul serio. (...) Intendiamoci bene. Non intendo fare la vittima. Non voglio recitare la sgradevole parte di incompreso. So stare al gioco. E riconosco pure che il mondo cane alla fine non commette ingiustizie. E so benissimo che il mio gigantesco talento di pittore avrà un giorno il suo riconoscimento. Al Louvre, alla National Gallery, al Museum of Modern Art, al Modern Kunst Institut, a Valle Giulia, state pure tranquilli, c'è già un posto per me. Ma, per ottenere questo, bisogna che io prima defunga. Mi rendo conto della situazione. E mi rassegno.”
L'apologo degli orsi
Storia, disegno, favola. Queste tre parole le troviamo tutte in un libro, come recitava la bandella mondadoriana, “più citato che letto”. La famosa invasione degli orsi in Sicilia, è un apologo dettato nei tempi cupi della Guerra (uscì a stampa nel 1945), sulla conquista del potere, ma sopratutto sulla rinuncia al potere, e sulla ricerca di una felicità d'antan che può essere ritrovata, quando l’abbiamo perduta, solo nel ritorno a un vagheggiato, e certo utopico, stato di natura.
Nei tempi dei tempi, quando la Sicilia era una regione dalle montagne nevose e impervie, gli orsi scendono a valle per cercare Tonio, l’orsacchiotto figlio di Re Leonzio, rapito dai cacciatori. Il principe orsacchiotto verrà ritrovato dopo tante avventure, ma la vita nelle città corromperà la naturalità degli animali che prenderanno i vizi, le piccinerie e le debolezze degli uomini.
Prima di morire re Leonzio rivolgerà ai suoi orsi l’ultimo disperato appello: “Tornate alle montagne… lasciate questa città dove avete trovato ricchezza, ma non la pace dell’animo. Toglietevi di dosso quei ridicoli vestiti. Buttate via l’oro. Gettate i cannoni, i fucili e tutte le altre diavolerie che gli uomini vi hanno insegnato. Tornate quelli che eravate prima. Come si viveva felici in quelle erme spelonche aperte ai venti, altro che in questi malinconici palazzi pieni di scarafaggi e di polvere! I funghi delle foreste e il miele selvatico vi parranno ancora il cibo più squisito. Oh bevete ancora l’acqua pura delle sorgenti, non il vino che vi rovina la salute. Sarà triste staccarvi da tante belle cose, lo so, ma dopo vi sentirete più contenti, e diventerete anche più belli. Siamo ingrassati, amici miei, ecco la verità, abbiamo messo su pancia”.
Lo zoccolo duro della Famosa invasione… anticipa di qualche anno La fattoria degli animali, ma quello che Orwell ci racconterà in termini di disillusione politica, Buzzati lo riconduce al mondo della fiaba, parlata, scritta, disegnata. Nelle sue pagine l’apologo è diventato pittura popolare, grande affresco di una civiltà lontana e ormai irraggiungibile, dove i fantasmi e le storie della tradizione, dal Gatto Mammone, al Serpenton dei Mari, dal Veglio della Montagna ai cinghiali volanti molfettani, trovano il loro spazio e sistemazione quasi naturali. E non sarà certo un caso se le stesse figure popoleranno sempre la fantasia buzzatiana, rincorrendosi e fermandosi come veri e propri topoi, dalle prime prove e nel corso degli anni, fino alla fantastica epopea dei Miracoli di Val Morel, quando tutti loro, dal Gatto al Serpentone agli altri, racconti di paure infantili e di metafisica presenza, torneranno sulle loro montagne, non quelle siciliane degli orsi, ma quelle bellunesi dell’infanzia dell’artista che, in fondo, non avevano mai abbandonato.
Conquistata dunque la Sicilia, sfilano nella grande piazza le prodi schiere
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| Dino Buzzati, La famosa invasione degli orsi in Sicilia |
Forse davvero, per Dino Buzzati, scrivere o dipingere sono state la stessa cosa: un modo di raccontar storie, per ‘disegnare’ o ‘descrivere’ le stesse atmosfere rarefatte, metafisiche, fiabesche. È una fiaba, infatti (parliamo di scrittura) I segreti del bosco vecchio, ed è una fiaba, in fondo, anche Il deserto dei Tartari. Sono fiabe tutti i suoi racconti, fiabe anche ‘visive’, intendiamo, sopratutto perché noi oggi, a posteriori, ricolleghiamo quelle pagine 'scritte' ai disegni che Buzzati ci ha lasciato e che ci fanno vedere il 'silenzio' solitario e quasi ieratico dei suoi paesaggi, le linee metafisicamente sghembe delle sue piazze e delle sue vie, le guglie e i pinnacoli, sempre a mezza via tra il gotico fiammeggiante del Duomo di Milano e le cime aguzze delle Dolomiti del bellunese.
Scrittura e visualità intrecciate e indissolubili. Buzzati è stato dunque artista e fabulatore in grado di dipanare tra disegno e parola le sue storie ancestrali e le sue visioni rassegnate, o ironiche, o sconsolate.
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| Dino Buzzati, I miracoli di Val Morel |
L'apologo degli orsi
Storia, disegno, favola. Queste tre parole le troviamo tutte in un libro, come recitava la bandella mondadoriana, “più citato che letto”. La famosa invasione degli orsi in Sicilia, è un apologo dettato nei tempi cupi della Guerra (uscì a stampa nel 1945), sulla conquista del potere, ma sopratutto sulla rinuncia al potere, e sulla ricerca di una felicità d'antan che può essere ritrovata, quando l’abbiamo perduta, solo nel ritorno a un vagheggiato, e certo utopico, stato di natura.
Nei tempi dei tempi, quando la Sicilia era una regione dalle montagne nevose e impervie, gli orsi scendono a valle per cercare Tonio, l’orsacchiotto figlio di Re Leonzio, rapito dai cacciatori. Il principe orsacchiotto verrà ritrovato dopo tante avventure, ma la vita nelle città corromperà la naturalità degli animali che prenderanno i vizi, le piccinerie e le debolezze degli uomini.
Prima di morire re Leonzio rivolgerà ai suoi orsi l’ultimo disperato appello: “Tornate alle montagne… lasciate questa città dove avete trovato ricchezza, ma non la pace dell’animo. Toglietevi di dosso quei ridicoli vestiti. Buttate via l’oro. Gettate i cannoni, i fucili e tutte le altre diavolerie che gli uomini vi hanno insegnato. Tornate quelli che eravate prima. Come si viveva felici in quelle erme spelonche aperte ai venti, altro che in questi malinconici palazzi pieni di scarafaggi e di polvere! I funghi delle foreste e il miele selvatico vi parranno ancora il cibo più squisito. Oh bevete ancora l’acqua pura delle sorgenti, non il vino che vi rovina la salute. Sarà triste staccarvi da tante belle cose, lo so, ma dopo vi sentirete più contenti, e diventerete anche più belli. Siamo ingrassati, amici miei, ecco la verità, abbiamo messo su pancia”.
Lo zoccolo duro della Famosa invasione… anticipa di qualche anno La fattoria degli animali, ma quello che Orwell ci racconterà in termini di disillusione politica, Buzzati lo riconduce al mondo della fiaba, parlata, scritta, disegnata. Nelle sue pagine l’apologo è diventato pittura popolare, grande affresco di una civiltà lontana e ormai irraggiungibile, dove i fantasmi e le storie della tradizione, dal Gatto Mammone, al Serpenton dei Mari, dal Veglio della Montagna ai cinghiali volanti molfettani, trovano il loro spazio e sistemazione quasi naturali. E non sarà certo un caso se le stesse figure popoleranno sempre la fantasia buzzatiana, rincorrendosi e fermandosi come veri e propri topoi, dalle prime prove e nel corso degli anni, fino alla fantastica epopea dei Miracoli di Val Morel, quando tutti loro, dal Gatto al Serpentone agli altri, racconti di paure infantili e di metafisica presenza, torneranno sulle loro montagne, non quelle siciliane degli orsi, ma quelle bellunesi dell’infanzia dell’artista che, in fondo, non avevano mai abbandonato.
Gli orsi, spinti dal freddo e dalla fame, scendono verso la pianura
e impegnano battaglia con l'agguerrito esercito del Granduca
accorso per respingerli. Senonché l'intrepidezza dell'orso Babbone
volge in fuga i soldati granducali.
I cinghiali da guerra del sire di Molfetta attaccano all'improvviso gli orsi
ma l'astrologo De Ambrosiis li trasforma con un incantesimo
in palloni aerostatici, cullati dolcemente dalle brezze.
Donde la nota leggenda dei cinghiali volanti molfettani.
In cupa gola dei monti Pelori gli orsi sono assaliti dal Gatto Mammone
sitibondo di sangue. E quale fugge, quale spara in un'inane difesa,
quale si cela, quale si gitta nel baratro non volendo
fare di sé satollo il leggendario mostro.
Conquistata dunque la Sicilia, sfilano nella grande piazza le prodi schiere
degli orsi. Può assistervi anche l'orsatto Tonio, principino, salvato
per l'intervento del mago ma ancora un po' debole per via
Re Leonzio, essendo stata rubata al prof. De Ambrosiis la bacchetta magica,
arringa la cittadinanza, esortando il colpevole a restituire il prezioso
oggetto e minacciando in caso contrario severe pene. È arrabbiatissimo.
A bordo di un navicello Re Leonzio si avventura contro il terribile
Serpenton dei mari che minaccia la città. E lo uccide con un colpo di fiocina.
Ma la perfidia di Salnitro - vedrete! - getta il popolo giubilante
nel lutto e nella tragedia.
lunedì 5 settembre 2011
Disegnare le fiabe
La collana di fiabe pubblicata all’inizio degli anni ottanta da Grasset in Francia e Creative Editions negli Stati Uniti, all’apparenza è una raccolta di storie classiche, tra le più famose, da Perrault e Grimm, ad Andersen, con sconfinamenti frequenti e succosi nei repertori tradizionali di ogni paese. Ma non è questo che caratterizza la serie di volumetti (mai tradotti in Italia!). Etienne Delessert e Rita Marshall, direttore-ispiratore e art director della serie, si rivolsero, allora, al meglio del disegno, della grafica, della fotografia, nel mondo. Una collezione che è quindi da una parte una crestomazia del progetto visivo, e dall’altra una raccolta esemplare dei tanti modi con cui si può intendere illustrare una fiaba.
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| André François e Seymour Chwast |
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| Etienne Delessert |
Libri che soltanto le logiche che abbiamo raccontato, e la qualità del progetto grafico, si preoccupano di tenere insieme tanto sono diverse le mani dei singoli artisti. E se Seymour Chwast disegna la sua Donna foglia in modo dichiaratamente naïf, Roberto Innocenti trasporta Cenerentola in un’Inghilterra fin de siecle, nei pressi di Buckingham Palace, con schierata tutta la corte, da Enrico VIII in poi. Ivan Chermayeff, grande designer americano, compone per Le tre lingue dei Fratelli Grimm una serie di collages d’ispirazione e riferimento certo matissiani, Etienne Delessert stesso, per La Bella e la Bestia, rivisita la grande arte fiamminga e fiorentina del Rinascimento. E poi c’è chi si preoccupa di disegnare per la sua fiaba uno story board quasi cinematografico (Heinz Edelmann) e chi, con penna e matita, illustra il libro (Biancaneve e Rosarossa, Roland Topor) con disegni al tempo stesso ingenui e colti, immediati e misteriosamente inquietanti.
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| Roberto Innocenti e Sarah Moon |
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| Illustrazione di Ivan Chermayeff per Le tre lingue, dei Fratelli Grimm |
Un ventaglio di possibilità e prove di stile che ci dispiace siano state interrotte. In Italia si era provato Bruno Munari a mettere insieme un progetto simile (Tantibambini Einaudi che coinvolgeva, anch’essa, grafici, illustratori, designers, fotografi), ma in maniera più disinvoltamente casalinga, meno determinata e raffinata. A nostra memoria l’unico dei titoli della collana pubblicato in Italia è stato la Cenerentola di Roberto Innocenti ma con un progetto editoriale successivo, ingrandito e reso forse più spettacolare ma certo meno affascinante del libretto originale.
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| Heinz Edelmann e Ivan Chermayeff |
martedì 23 agosto 2011
I colori di Cappuccetto
La lingua batte sempre dove il dente duole. Così, avevamo appena finito di occuparci di Cappuccetto Rosso che Sandro Savorelli ci segnala una bella pagina dedicata al nostro eroe (eroina?!) da Michel Pastoureau, uno dei massimi studiosi europei del Medioevo, largamente noto e tradotto anche in Italia. Pastoureau, naturalmente, affronta il problema dal punto di vista che più gli è congeniale, quello del colore, e situa l'analisi della storia di Cappuccetto all'interno della simbologia medievale, che vedeva nella triade bianco-rosso-nero la composizione-accordo cromatico più significativa.
Michel Pastoureau è direttore dell'Ecole pratique des hautes études e titolare della cattedra di Storia del Simbolismo in Occidente. Tra i titoli nella sua bibliografia possiamo segnalare Il piccolo libro dei colori (Ponte alle Grazie, 2006), L'Orso. Storia di un re decaduto (Einaudi, 2008) e Medioevo simbolico (Laterza, 2009).
(...) Nelle fiabe e nelle favole, se capita che i titoli contengano termini indicanti colori, le note colorate sono rare. Bisogna leggere molto per raccoglierne un po'. Però si tratta di note forti e, come le fiabe, si tratta di retaggi che vengono da lontano. Essi si articolano principalmente attorno alla triade primitiva nero-bianco-rosso, tre colori che per secoli, se non per millenni, hanno rivestito un ruolo simbolico più marcato rispetto a tutti gli altri. L'esempio più esplicito è senza dubbio quello di Cappuccetto Rosso.
In questa celebre fiaba la domanda essenziale riguarda il colore: perché rosso? Be', si tratta di una domanda che si sono posti in pochi. In compenso si tratta di una fiaba stra-studiata, sulla quale si sa tutto o quasi, nello specifico la sua lontana origine nella cultura orale del Medioevo occidentale: è già documentata nella regione di Liegi attorno all'anno Mille, con il titolo La Petite Robe rouge, il vestitino rosso. Ma come spesso accade, la ragione di quel colore rimane oscura.
Perché rosso? Di primo acchito si potrebbero proporre spiegazioni banalmente simboliche: il rosso allude alla crudeltà del lupo, all'uccisione della nonna, al sangue che sta per scorrere. Un po' sbrigativo, anche se volessimo affermare che il lupo è il Diavolo. All'inverso, l'idea che quell'indumento rosso sia una cappellina magica, una sorta di Tarnkappe che proteggerà la ragazzina dalla crudeltà del lupo, non è sbagliata, ma rimane carente. Rischiando di apparire un po' anacronistici potremmo osare un'interpretazione psicoanalitica. Il rosso sarebbe quello della sessualità: la ragazzina, alla soglia della pubertà, avrebbe in realtà molta voglia di finire a letto con il lupo. Questa è un'interpretazione moderna che ha affascinato alcuni esegeti, in particolare Bruno Bettelheim nel suo celebre Psicoanalisi delle fiabe (in italiano Il mondo incantato, Feltrinelli, 1977 n.d.r.).
Partendo da tre versioni medioevali trasmesse oralmente e non da quelle ingentilite di Perrault o dei fratelli Grimm, Bettelheim sottolinea la dimensione selvaggia e sessuale della storia: il lupo invita la ragazzina a spartire con lui la carne della nonna che ha appena sgozzato e persino a berne il sangue; poi la fa mettere a letto e intrattiene con lei un commercio carnale di altra natura – o comunque se non è il lupo a violentare la ragazzina lo fa il cacciatore dopo averlo ucciso. Secondo Bettelheim il rosso simboleggerebbe questa doppia dimensione, antropofaga e sessuale.
Ma nel simbolismo medioevale dei colori il rosso ha davvero una connotazione sessuale? Non ne sono certo. Inoltre, in qualità di storico, so bene che la psicoanalisi è uno strumento che appartiene al nostro tempo e che non si può trasporre tale e quale nel passato.
Le spiegazioni di tipo storico sembrano poggiare su basi più solide, ma ci lasciano comunque insoddisfatti. Vestire i bambini di rosso è una pratica che risale a molto lontano, soprattutto in ambiente contadino: sta forse semplicemente lì la ragione dell'abbigliamento rosso della ragazzina. A meno che questa, per andare a trovare la nonna, non abbia indossato il suo capo più bello e quindi, come spesso nel Medioevo per le donne, un capo rosso. O forse il rosso allude al giorno in cui la tragica storia si svolge, la Pentecoste, una delle principali festività cristiane, quella in cui si celebra la discesa dello Spirito Santo e, in chiesa come fuori, tutto è addobbato di rosso, colore liturgico che simboleggia lo Spirito. La versione più antica della fiaba, quella datata attorno all'anno Mille, non dice però che la vicenda ha luogo il giorno di Pentecoste, ma che la ragazzina è nata in quel giorno: e sarebbe per questo votata al colore rosso.
Quest'ultima spiegazione è certo quella corretta dal punto di vista storico-culturale, ma dobbiamo riconoscere che ci lascia un po' delusi. Rimangono allora solo le spiegazioni di ordine semiologico, basate sulla struttura della fiaba e sulla distribuzione ternaria dei colori. Il rosso infatti non deve essere inteso autonomamente, ma in relazione agli altri colori, esplicitati o meno che siano: la ragazzina vestita di rosso porta una tazza di burro bianco a una nonna vestita di nero (il fatto che il lupo ne prenda il posto nel letto non cambia niente al colore del destinatario). Troviamo qui i tre colori «polari» delle culture antiche, quelli attorno ai quali si articola la maggior parte delle fiabe e delle favole che mettono in scena il colore. Nella favola del corvo e della volpe, ad esempio, un corvo nero fa cadere un formaggio bianco di cui s'impadronisce una volpe rossa. E in Biancaneve una strega nera offre una mela rossa a una ragazza bianca. La distribuzione dei colori varia ma il loro avvicendarsi si costruisce sempre attorno agli stessi poli cromatici e simbolici: bianco, rosso, nero. Dobbiamo spingerci oltre nell'analisi?
Da: Michel Pastoureau, I colori dei nostri ricordi, Ponte alle Grazie, 2011
Michel Pastoureau è direttore dell'E
(...) Nelle fiabe e nelle favole, se capita che i titoli contengano termini indicanti colori, le note colorate sono rare. Bisogna leggere molto per raccoglierne un po'. Però si tratta di note forti e, come le fiabe, si tratta di retaggi che vengono da lontano. Essi si articolano principalmente attorno alla triade primitiva nero-bianco-rosso, tre colori che per secoli, se non per millenni, hanno rivestito un ruolo simbolico più marcato rispetto a tutti gli altri. L'esempio più esplicito è senza dubbio quello di Cappuccetto Rosso.
In questa celebre fiaba la domanda essenziale riguarda il colore: perché rosso? Be', si tratta di una domanda che si sono posti in pochi. In compenso si tratta di una fiaba stra-studiata, sulla quale si sa tutto o quasi, nello specifico la sua lontana origine nella cultura orale del Medioevo occidentale: è già documentata nella regione di Liegi attorno all'anno Mille, con il titolo La Petite Robe rouge, il vestitino rosso. Ma come spesso accade, la ragione di quel colore rimane oscura.
Perché rosso? Di primo acchito si potrebbero proporre spiegazioni banalmente simboliche: il rosso allude alla crudeltà del lupo, all'uccisione della nonna, al sangue che sta per scorrere. Un po' sbrigativo, anche se volessimo affermare che il lupo è il Diavolo. All'inverso, l'idea che quell'indumento rosso sia una cappellina magica, una sorta di Tarnkappe che proteggerà la ragazzina dalla crudeltà del lupo, non è sbagliata, ma rimane carente. Rischiando di apparire un po' anacronistici potremmo osare un'interpretazione psicoanalitica. Il rosso sarebbe quello della sessualità: la ragazzina, alla soglia della pubertà, avrebbe in realtà molta voglia di finire a letto con il lupo. Questa è un'interpretazione moderna che ha affascinato alcuni esegeti, in particolare Bruno Bettelheim nel suo celebre Psicoanalisi delle fiabe (in italiano Il mondo incantato, Feltrinelli, 1977 n.d.r.).
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| Illustrazioni di Margareth Tarrant |
Ma nel simbolismo medioevale dei colori il rosso ha davvero una connotazione sessuale? Non ne sono certo. Inoltre, in qualità di storico, so bene che la psicoanalisi è uno strumento che appartiene al nostro tempo e che non si può trasporre tale e quale nel passato.
Le spiegazioni di tipo storico sembrano poggiare su basi più solide, ma ci lasciano comunque insoddisfatti. Vestire i bambini di rosso è una pratica che risale a molto lontano, soprattutto in ambiente contadino: sta forse semplicemente lì la ragione dell'abbigliamento rosso della ragazzina. A meno che questa, per andare a trovare la nonna, non abbia indossato il suo capo più bello e quindi, come spesso nel Medioevo per le donne, un capo rosso. O forse il rosso allude al giorno in cui la tragica storia si svolge, la Pentecoste, una delle principali festività cristiane, quella in cui si celebra la discesa dello Spirito Santo e, in chiesa come fuori, tutto è addobbato di rosso, colore liturgico che simboleggia lo Spirito. La versione più antica della fiaba, quella datata attorno all'anno Mille, non dice però che la vicenda ha luogo il giorno di Pentecoste, ma che la ragazzina è nata in quel giorno: e sarebbe per questo votata al colore rosso.
Quest'ultima spiegazione è certo quella corretta dal punto di vista storico-culturale, ma dobbiamo riconoscere che ci lascia un po' delusi. Rimangono allora solo le spiegazioni di ordine semiologico, basate sulla struttura della fiaba e sulla distribuzione ternaria dei colori. Il rosso infatti non deve essere inteso autonomamente, ma in relazione agli altri colori, esplicitati o meno che siano: la ragazzina vestita di rosso porta una tazza di burro bianco a una nonna vestita di nero (il fatto che il lupo ne prenda il posto nel letto non cambia niente al colore del destinatario). Troviamo qui i tre colori «polari» delle culture antiche, quelli attorno ai quali si articola la maggior parte delle fiabe e delle favole che mettono in scena il colore. Nella favola del corvo e della volpe, ad esempio, un corvo nero fa cadere un formaggio bianco di cui s'impadronisce una volpe rossa. E in Biancaneve una strega nera offre una mela rossa a una ragazza bianca. La distribuzione dei colori varia ma il loro avvicendarsi si costruisce sempre attorno agli stessi poli cromatici e simbolici: bianco, rosso, nero. Dobbiamo spingerci oltre nell'analisi?
Da: Michel Pastoureau, I colori dei nostri ricordi, Ponte alle Grazie, 2011
giovedì 18 agosto 2011
Cappuccetto e cappuccetti
Di Cappuccetto rosso, comunque, ben si conosce l’atto di nascita letterario, quel 1697 quando Charles Perrault dette alle stampe i suoi Racconti di Mamma Oca (Le Petit Chaperon Rouge), e si conosce molto bene anche la rivisitazione che, nel 1812, i Fratelli Grimm pubblicarono nel loro Kinder- und Hausmärchen (Rotkäppchen) Le due narrazioni, sostanzialmente simili se non per il finale, sono le versioni più note della fiaba e raccontano delle difficoltà di entrare ‘nel bosco’, di mettersi in contatto con la trasformazione del proprio corpo, con i complessi edifici irrisolti o in via di risoluzione. Una fiaba di formazione e di crescita che nega o riconferma il ruolo protettivo della paternità, che si nutre delle passioni ‘rosse’ della bambina e del suo entrare e uscire (o entrare e ‘non uscire’, secondo Perrault) da quel bosco misterioso che è la propria sessualità. Ma di tutto questo parla molto bene Bruno Bettelheim e al suo Mondo Incantato rimandiamo il lettore che volesse saperne di più e di meglio.
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| Gustave Doré, 1867 |
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| Gustave Doré, 1867 |
| Emanuele Luzzati, 1988 |
Un accenno anche alla rivisitazione del 1934 dovuta a Walt Disney che introduce Cappuccetto nel mondo dei suoi tre porcellini e ne dà una versione umorale e sapida, contrapponendo la leziosità danzata di Cappuccetto alla voracità sanguigna e picara del lupo. Siamo qui all’interno di un topos di Disney (‘Squadra che vince non si tocca’) ma di tutto quanto siamo andati fin qui dicendo, sessualità, formazione, complessi edipici irrisolti, non si trova traccia.
Di ben altra modernità e sensibilità le versioni che, in anni a noi più recenti, hanno dato della fiaba Sarah Moon, Chiara Carrer, Nicoletta Ceccoli, Octavia Monaco e Fabian Negrin.
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| Sarah Moon, 1983 |
Sarah Moon illustra la fiaba di Perrault con 12 foto notturne crudeli e impietose. La bimba Cappuccetto si aggira nella città di notte, corre per le strade deserte, incontra naturalmente un lupo (se ne vede solo l’ombra ma il segno della sua presenza perversa e incombente, l'auto nera di gran lusso, invade le pagine), e alla fine lascerà traccia della sua esistenza disincantata e impaurita solo tra le lenzuola di un letto sfatto.
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| Sarah Moon, 1983 |
Chiara Carrer e Nicoletta Ceccoli (inserite da Tiziana Roversi nella mostra bolognese, dedicata qualche anno fa a Nero lupo, rosso Cappuccetto) si segnalano soprattutto per la sottile e intrigante ambiguità che pervade le loro illustrazioni.
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| Chiara Carrer, 2005 |
Le illustrazioni di Chiara Carrer, pubblicate in volume da Topipittori nel 2005, sono magnifiche e inquietanti nella loro essenzialità. Tutte giocate con collages 'elementari' sui toni del rosso e del nero, con poche tracce di giallo paglierino. La bambina è aperta, curiosa, timorosa, impaurita, scaltra come deve essere. Il lupo Bzou è inquietante e luciferino, perfido, sanguinario e libidinoso, ma l'angoscia palpabile del racconto nasce semmai dal contesto in cui i personaggi agiscono, nelle aperture teatrali di rosso e nero, negli squarci di luce, nell'intreccio spinoso dei boschi.
Attenzione; la trama è molto simile al consueto. La bambina va a portare alla nonna la focaccia calda e il latte. Il lupo Bzou la precede lungo la strada delle Spine e si mangia la nonna "ma non tutta; un po' ne mise da parte nella credenza, caso mai più tardi gli fosse venuta fame".
Poi si mette a letto ad aspettare la bambina. Che viene, e il lupo cerca di farle mangiare i pezzetti avanzati della nonna; la bambina si spoglia e si mette a letto con il lupo. Quando si arriva a "che bocca grande che hai", "per mangiarti meglio", la bambina però vuole uscire all'aperto perchè le scappa la pipì. Il lupo deve farla andare ma le lega un filo di lana ad una caviglia per costringerla a tornare indietro. Appena fuori, la bambina strappa il filo e fugge libera verso casa.
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| Chiara Carrer, 2005 |
Una prova magistrale di Chiara Carrer. Sono tocchi lievi, quasi avari di segno, ma netti e precisi, quelli di Chiara; riescono a trasmettere quella sorta di angoscia che le grandi fiabe debbono e sanno trasmettere.
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| Nicoletta Ceccoli, 2005 |
Colori densi e figurazioni sfumate. Una natura apparentemente serena, ma nella sostanza ‘liquida’, quella che prende Cappuccetto e che vorrebbe, insieme al lupo azzurro, sinuoso come un serpente, avvolgere la bambina tra le sue spire e farla scomparire al suo interno. Nicoletta Ceccoli mette in scena una sorta di cannibalismo morale, e della fisicità dei personaggi mantiene solo la carica onirica e deviata, più da incubo che da sogno.
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| Octavia Monaco, 2005 |
D'altra parte Octavia non poteva fare scelta più conseguente, abituata com'è a illustrare i suoi libri 'sovrapponendosi' al testo e svolgendo così un proprio discorso artistico conseguente e parallelo. Le illustrazioni ci appaiono quindi completamente riferite e completamente 'astratte'; raccontano una storia per via di suggestioni e impressioni, nulla concedendo all'ovvio e al già visto.
Ultima citazione per Fabian Negrin, che disegna per Orecchio Acerbo, nel 2003, la storia della bambina vista dalla parte del lupo. Una storia di incanti e passione, In bocca al lupo, di equivoci e malintesi con Cappuccetto, dal lunghissimo cappello rosso, che avanza nel bosco e con il lupo Adolfo che si innamora di lei perché non ha mai visto cosa più bella. Il cacciatore verrà a spezzare l'incanto e l'angelo-lupo non potrà che salutare dall'alto di una nuvola il suo perduto amore. Una riscrittura in piena regola ma d'altronde Fabian ci ha abituato da gran tempo a non stupire mai di nulla, a gustare con curiosità e sorpresa tutto quello che esce dalla sua magica penna di illustratore e di scrittore.
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| Fabian Negrin, 2003 |
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