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lunedì 27 maggio 2013

Addio a Roberto


Roberto Denti
Cosa si può dire di Roberto Denti che, in questi giorni, non sia già stato detto o ricordato? Poco, temo, perché l'importanza, la centralità, la presenza di Roberto nella cultura italiana, e segnatamente, nella cultura italiana "per i ragazzi", era fuori discussione. Ineludibile e necessaria.

Di Roberto Denti si potranno adesso ricordare le tappe importanti; la sua attività di scrittore, di uomo impegnato, più che politicamente, 'civilmente', di fondatore della prima e insuperabile libreria per ragazzi italiana, di 'ufficiale di collegamento' infaticabile tra tutti i segmenti che hanno animato, negli ultimi quarant'anni, quella parte della società italiana che vedeva, e vede, nei bambini e nei giovani la speranza del futuro.
E di Roberto ricordiamo, di conseguenza, quanta disponibilità e amore avesse verso tutto ciò che si muoveva nel libro, dentro il libro e nei dintorni, e di come non facesse mai mancare, anche a quasi novant'anni, la sua disponibilità, la sua presenza, la sua competenza e il suo affetto.

Roberto è stato, per tutti noi, un maestro e un amico. Parole che vogliamo sottolineare perché non sempre chi ci è maestro ci è amico e chi ci è amico è maestro. Eppure lui, e con lui la compagna della vita, vero e proprio suo alter ego, Gianna, lo è stato davvero, sempre e fino in fondo.

Di lui riandiamo a frammenti sparsi. Un racconto di gioventù durante una conferenza, una telefonata per commentare l'ultimo libro che gli era stato inviato, una cena durante un convegno, un cenno di saluto, un sorriso di attenzione. Di Roberto ci sentivamo, sempre e comunque, complici.

Ci mancherà tanto. Mancherà a tutti.

Roberto Denti a L'Aquila, 2012

martedì 27 novembre 2012

Gianna e Roberto in pensione?


Dopo quasi sei anni dal suo ingresso nella Libreria dei Ragazzi come socio di maggioranza, Il Castoro arriva a completare la sua partecipazione acquisendo la libreria al 100%.  A conclusione dei festeggiamenti per i quarant’anni della Libreria da loro fondata, Roberto Denti e Gianna Vitali hanno deciso di ritirarsi.

È questo il passaggio più importante del comunicato stampa che Paola Malgrati del Castoro ci ha inviato questa sera verso le otto.
Era già nell’aria. Abbiamo visto Gianna e Roberto poche settimane fa all’Aquila, in una delle tante trasferte in su e giù per l’Italia a raccontarci cos’è o cosa dovrebbe essere l’editoria per ragazzi, e lui ci aveva detto di essere stanco e che forse era il momento di andare in pensione.

Roberto Denti e Gianna Vitali al Museo Luzzati di Genova, 2011

Come se potessimo immaginare Roberto lontano dai libri e dai ragazzi, dal profumo della carta e dell’inchiostro. E oggi cosa dovremmo fare? Stappare una bottiglia di spumante, versarlo ai colleghi in bicchieri di carta, tagliare una fetta di torta e immaginarci Gianna e Roberto in pensione, ai giardinetti a leggere il giornale, aspettando l’ora di pranzo?

Noi continueremo a figurarceli con i loro libri e i loro giudizi, competenti e acuti, di cui a volte avevamo addirittura paura. Continueremo a sperare di vederli in tutti i luoghi dove si elabora l’idea di bambino e l’idea di libro. Noi continueremo a spedir loro le ultime novità in attesa di una telefonata che ci dia un parere e un conforto, se meritato, per il nostro lavoro.

Dopo le parole di rito, i ringraziamenti, il ricordo del cammino comune eccetera, il comunicato del Castoro getta un ponte inquietante verso il futuro, annunciando, nei righi finali “…un nuovo corso che vedrà aprirsi nuovi scenari e che comporterà profonde innovazioni, di cui sarà dato l'annuncio nei prossimi mesi.

Il futuro è già cominciato e il passato già ci manca.

martedì 7 febbraio 2012

Quarant'anni di Libreria dei Ragazzi

Cercavamo le parole per raccontare i quarant'anni della Libreria dei ragazzi di Milano e il sodalizio, di vita, d'impegno, di lavoro, di Roberto Denti e Gianna Vitali, quando, per uno dei tanti tam tam in rete, ci giunge questo ricordo di Loredana Farina. Perfetto, diremmo, per riandare con la mente a quel 1972 e per valutare quanta strada da allora sia stata fatta, anche e molto per merito di Gianna e Roberto. Lo mandiamo senz'altro in rete. Speriamo che Loredana ne sia contenta. A Gianna, a Roberto alla 'loro' Libreria dei Ragazzi mille di questi quarant'anni.



Bisognerebbe che fossi capace di raccontarvi come andavano le cose prima…
All’inizio degli anni settanta i più bei libri per bambini e ragazzi – quelli entrati a farne la storia – erano già stati pubblicati quasi tutti: Piccolo blu e piccolo giallo, Il palloncino rosso, Sembra questo sembra quello, Federico, Nella nebbia di Milano, Nel paese dei mostri selvaggi, Flicts.
Favole al telefono è del 1962. Ma, se volevi vederli tutti insieme questi libri (quasi tutti Emme), non sapevi mai dove trovarli. C’erano le cartolibrerie che – quando andava bene – li mescolavano a matite e penne biro: sapore di scuola. C’erano le librerie di varia che – quando andava bene – li esponevano una volta l’anno per Natale: sapore di regalo impacchettato.
L’immagine che si aveva degli autori di questi libri e degli addetti ai lavori era quello di maestre in pensione e zie zitelle.

Ma un bel giorno - nel 1972 - a Milano, in via Tommaso Grossi, apre la Libreria dei Ragazzi, con affaccio su una delle vie più centrali della città e fra le più frequentate grazie alle fermate di numerosissime linee tranviarie. Era piena zeppa solo di libri per bambini e ragazzi: tutti libri coloratissimi, esposti di piatto sugli scaffali. E i libri erano tanti, proprio tanti! Sia al pian terreno, che nella saletta al sottopiano cui si accedeva scendendo una scala a U. E là sotto ne succedevano di tutti i colori. Venivano organizzate presentazioni, incontri e dibattiti di volta in volta sempre più affollati. E a parlare venivano chiamate persone esperte e con gli occhi intelligenti che dicevano cose importanti, che scaldavano il cuore, su libri, ragazzi, scuola, società. Niente maestre in pensione. Niente zie zitelle.

Roberto Denti e Gianna Vitali: quarant'anni di strada

I pionieri di questo posto erano un bel signore alto e bruno, molto gentile ed estroverso. E una biondina timida, ironica, colta e con un bel caratterino.
Un posto dove uscire dalla clandestinità e dove incontrarsi a parlare di libri per ragazzi. Un posto dove si respirava un’aria speciale e dove noi che ci occupavamo (e ci occupiamo) di quei libri ci accorgevamo con sempre maggiore chiarezza che il nostro è un mestiere di cui essere fieri. Un mestiere bellissimo.

Loredana Farina

giovedì 17 novembre 2011

Perché leggere i classici? Perché illustrare i classici?

Nell’ultimo numero della rivista Liber Roberto Denti dedica un lungo articolo alla recente tendenza dell’editoria italiana di ripubblicare, in nuova veste o in ristampe, di fresco illustrati o ricopertinati, i classici della letteratura. Naturalmente l’occhio di Roberto, che spazia sull’universo del libro, si sofferma con particolare attenzione sulla letteratura per ragazzi, sottolineando quali siano i momenti di maggiore ‘criticità’ della proposta. Luci e ombre quindi.

Long John Silver

Ora, il testo di Denti è talmente condivisibile che non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro e, non essendo stato chiamato direttamente in causa nessuno, si potrebbe evitare di aggiungere parola. Ma l’occasione è ghiotta, e poiché nell’ultimo anno ci siamo ‘piccati’ anche noi di ripubblicare molti  classici della letteratura (non solo per ragazzi!), ci fa piacere mettere, come si direbbe in Toscana, bocca sull’argomento.

D'Artagnan
Roberto Denti conclude la sua lunga argomentazione affermando che i classici “…non vanno esclusi, ma eventualmente proposti a tempo opportuno, comunque dopo che il giovane lettore ha già acquisito interesse e piacere di leggere.”

La conclusione arriva, per Roberto, dopo un lungo argomentare che sottolinea come il tempo della lettura sia radicalmente cambiato negli anni, come i mezzi di comunicazione e di trasmissione delle conoscenze siano del tutto diversi e infinitamente più veloci che in passato, come il rapporto tra ‘racconto’ e ‘ascolto’ sia stato definitivamente modificato dai ritmi televisivi.

Alla stessa conclusione eravamo arrivati, pur con un percorso non così puntualmente definito, in un articolo che abbiamo postato qualche mese fa su questo stesso blog, dove si riportava l’esperienza, non felicissima, del consiglio di lettura ad una nostra nipote adolescente. L’Isola del Tesoro, per noi di altra generazione massimo paradigma di avventura e piacere della lettura, si era rivelato, cito, “… una via impervia, un acciottolato difficoltoso, un sentiero, per lei, da capre…” ed era stato abbandonato dopo un centinaio di pagine. Eppure, la stessa adolescente, attratta da altri, più attuali, mezzi di tramissione del racconto, si è detta immediatamente interessata quando ha visto i primi disegni che Roberto Innocenti sta preparando per lo stesso libro di Stevenson.

Il Corsaro nero

Perché allora noia e disinteresse per lo scorrere del testo e riaccensione dell’interesse per la sua rappresentazione grafica?

Questo è un punto che Denti non affronta nel suo testo, e che invece a noi preme sottolineare: come cioè le componenti immaginarie entrino a far parte dell’elaborazione del racconto e lo arricchiscano, definendolo insieme e al di là della parola e rendendolo diversamente appetibile e fascinoso.
Abbiamo già riportato molte volte l’opinione di grandi illustratori (Brad Holland e Octavia Monaco in primis) che ritengono le immagini una lettura complementare del testo, diversa da quella dello scrittore e, almeno in parte, autonoma. Complementare abbiamo detto, ma non necessariamente convergente o divergente. Certi libri, insomma, sono così grondanti di suggestioni, che sembrano quasi chiedere di essere ‘immaginati’, da ognuno dei lettori e da ognuno degli illustratori che, prima di disegnare, hanno ovviamente percorso la stessa strada della suggestione per restituirla poi con la propria arte.

Ma l’illustratore, si dirà, nella quasi totalità dei casi, è un professionista che ha i ‘mezzi’ per tradurre in figure il proprio immaginario, e la sua esperienza non è totalmente generalizzabile. Vero ma, ci sorregge una citazione dai Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, già altrove ricordata:  “...una edizione illustrata dal pittore Attilio Musini (sic) esiste ma, se ben ricordo, le illustrazioni non sono ben riuscite, o almeno a me piacciono poco. Mi ero formato, da ragazzo, una mia immagine di Pinocchio e vedere poi una materializzazione che era diversa da quella della mia fantasia mi indisponeva e mi rivoltava”. L’immaginario di un artista, anche se non coincidente con il nostro, può stimolare nuove sensazioni e immagini, richiamare una nostra esperienza. L’esempio di Gramsci ci pare decisivo.

Pinocchio

Pinocchio, appena entrato in esempio, è significativo a questo proposito. Digitando le pagine di Google alla voce specifica si potrà verificare come la quasi totalità delle immagini in rete sia derivata dal film di Walt Disney che dovrebbe essere, quindi, il modello di riferimento vincente, quasi assoluto. Eppure, scavando un pochino più a fondo, ci si accorge che le variazioni sul tema  sono quasi infinite (solo in Italia si contano più di centocinquanta  grandi artisti che si sono avventurati  sul personaggio di Collodi e che costituiscono, tutti insieme, una vera e propria ‘storia dell’illustrazione italiana’) e che la nostra idea di Pinocchio, quel ‘figurarselo’, come diceva Gramsci, non solo non viene scalfita da questa pletora di interpretazioni, ma addirittura ne viene arricchita e precisata. Possiamo forse non leggere il libro di Collodi ma con Pinocchio dovremo comunque fare i conti perché va ad occupare un posticino, qualunque sia, nel nostro immaginario.

Tom Sawyer
Allora potremmo dire che la capacità di ognuno di figurarsi le storie (quelle già scritte, intendiamo, i ‘classici’) sarà direttamente proporzionale alla potenzialità suggestiva che ogni storia ha in sé e i mezzi di comunicazione (più lenti, meno lenti, più attuali, meno attuali) avranno importanza relativa. Tutti possiamo immaginarci le ‘figure’ del Signore degli Anelli e la versione cinematografica, lenta, esasperante nel ritmo quasi come il libro, non farà altro che mostrarci la via di un immaginario da far nostro. Che noi possiamo fare nostro in ogni momento. Perché le storie di Frodo Baggins, Jim Hawkins, di Huck Finn, di Tremal Naik, di Heidi, di Alice e Pinocchio potranno sempre essere raccontate; non sono soggette, lo crediamo fermamente, a modi di lettura e di comprensione diversi, né ai trend del momento. Saranno sempre vive e attuali con le immagini che noi, lo vogliamo o no, si sia interessati o meno alla lettura, sapremo suscitare e condensare per loro.

giovedì 24 marzo 2011

La testa sotto la sabbia


Roberto Denti
Di Parma in questi giorni si sta parlando molto, sopratutto per le vicende finanziarie legate alla Parmalat. Fa quindi quasi sorridere che, durante il Festival Minimondi, conclusosi la scorsa settimana, si sia montato uno 'scandalo' cittadino riguardo ad alcuni dei contenuti di un romanzo di Roberto Denti, “Fra noi due il silenzio”, edito da Salani. Romanzo per adolescenti, dove si parla, udite, udite, nientemeno che di masturbazione, aborto e incesto. 

Da dire che il contenuto del libro è tutt'altro, ma tant'è. Secondo la falsariga di molto giornalismo nostrano, secondo le prudérie di alcuni settori del paese (dove peraltro si attiva il Parlamento della Repubblica in difesa del diritto di Bunga Bunga!) la masturbazione è ancora quel peccato raccontato dai nostri vecchi parroci di campagna per cui, a praticarla, si finiva per diventare ciechi. Per fortuna de minimis non curat praetor e i ragazzi sapranno ben distinguere le intenzioni e le parole che le sostengono. Nascondere la testa sotto la sabbia è legittimo, come ci dice Francesca Capelli nel commento che segue, ma va anche ricordato che quando qualcuno indica la luna ci sarà sempre qualche imbecille che guarderà il dito.


Uno scandalo di provincia 
Francesca Capelli
 

Alcuni anni fa mi trovavo in Argentina, a Córdoba, e visitai un centro di documentazione sugli anni della dittatura, alla ricerca di alcune informazioni per un romanzo che stavo scrivendo. Tra il 1976 e il 1983, molti libri furono messi all’indice dalla giunta militare che governava il paese: opere di scrittori di sinistra, ma anche i fumetti di Quino e addirittura la Bibbia Latinoamericana, considerata troppo vicina alla Teologia della liberazione. Mi stupii di trovare nell’elenco delle pubblicazioni proibite anche vari libri per bambini, tra qui i racconti della scrittrice Elsa Bornemann, dedicati a temi come amicizia, libertà, solidarietà e giustizia. La motivazione per la scelta di vietare la circolazione di tali testi suonava più o meno così: “Per aver dato spazio alla fantasia sconfinata, per aver tentato di sovvertire l’ordine sociale e le regole dell’organizzazione del lavoro”. Pensai che, sì, sarebbe bello se i libri per bambini fossero in grado di fare tutto questo.

Dimenticai l’episodio, fino ad alcuni giorni fa. Non ero più a Córdoba, una delle città tuttora più conservatrici dell’Argentina, ma a Parma, per presentare due miei libri al festival Minimondi. Qui mi sono trovata coinvolta mio malgrado in uno “scandalo” – peraltro montato ad arte – legato a un romanzo per ragazzi: “Fra noi due il silenzio” di Roberto Denti (Salani). Chiunque si occupa di letteratura per l’infanzia e l’adolescenza conosce Roberto Denti, sia come scrittore, sia come fondatore (con la moglie Gianna, nel 1972, a Milano) della prima libreria in Italia specializzata per ragazzi. Una persona che non ha bisogno di presentazioni, insomma, punto di riferimento per scrittori giovani e non, editori, illustratori, altri librai.

Il romanzo racconta la storia, non a lieto fine, di un amore tra una giovane rom e un ragazzo gagé, una relazione contrastata da entrambe le famiglie. Ben venga, una storia così, in un paese dove i bambini rom muoiono nei campi per l’incendio di una stufetta o le famiglie vengono sgomberate e deportate in modo arbitrario, anche quando i figli vanno a scuola e sono bene integrati.
Questi i fatti: il libro viene proposto, insieme ad altri, a una quinta elementare, una maestra lo trova inadatto per temi e linguaggio, la voce si sparge. La Gazzetta di Parma esce con un articolo che descrive il romanzo di Denti come “il libro che parla di masturbazione, aborto e incesto”.
Ora, alla masturbazione (peraltro vocabolo della lingua italiana) si accenna in poche righe in un paio di punti, in modo estremamente delicato e senza soffermarsi in particolari. Di incesto non si parla proprio (se non nei termini di un’attrazione che la protagonista esercita suo malgrado sul fratello maggiore, che sfocia in pressioni insistenti e in una gelosia sorda, ma mai in una violenza o in un rapporto consenziente). E nemmeno di aborto si parla nel testo. Si parla semmai di una ragazza che “muore di aborto” (clandestino), ma soprattutto muore di solitudine, indifferenza, disperazione.

È giusto proporre ai bambini di 10-11 anni libri di questo tipo? Per me la risposta è sì. Soprattutto in considerazione delle cose che alla stessa età vedono in tv, con immagini prive di quella mediazione simbolica che invece è consentita dalla pagina scritta. La mia risposta è sì anche in considerazione degli episodi di cronaca che ci raccontano di stupri di ragazzine da parte del branco, di vessazioni a cui sono sottoposti gli adolescenti sospettati di essere gay, di violenze in famiglia. Detto questo, se un insegnante ritiene di non essere in grado di gestire tali contenuti in classe (per i motivi più diversi), fa bene a scegliere un altro libro per la lettura e la presentazione da parte dell’autore.
Ma di un romanzo come quello di Denti sarebbe opportuno che i giornali e le scuole parlassero. Non per lo scandalo, ma per il motivo opposto. Perché finalmente sarebbe una buona occasione per discutere con gli adolescenti di sentimenti, di relazioni con l’altro, di una sessualità non mercificata, della paura di essere diversi e del sollievo di scoprirsi normali. Peccato, un’occasione sprecata.