I Mostri selvaggi in mostra, con la partecipazione di cinquanta illustratori italiani che si confrontano con le creature di Maurice Sendak, saranno visitabili, presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, a Torino, da oggi, giovedi 9 maggio, anche se l'inaugurazione ufficiale avverrà venerdi 17 maggio. Ricco il programma di incontri e laboratori con gli illustratori. Riportiamo qui sotto il programma-locandina degli eventi. La tappa torinese della mostra, organizzata da Babalibri ed Equilibri, si concluderà il 21 maggio.
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giovedì 9 maggio 2013
domenica 28 aprile 2013
Tutti noi, mostri selvaggi
50 illustratori, 50 disegni per i 50 anni dalla pubblicazione di Where the wild things are di Maurice Sendak, il libro che più di ogni altro ha cambiato il modo di disegnare e scrivere un picture book e di concepire e capire il mondo misterioso e forse inconoscibile dell'infanzia. Cinquanta illustratori che si confrontano con il mito di quel libro epocale e ci raccontano quale sia il loro 'mostro selvaggio', la loro paura, la loro angoscia infantile.
La mostra, in significativa coincidenza con il primo anno dalla scomparsa di Maurice Sendak, è stata curata da Eros Miari, Francesca Archinto e Gabriela Zucchini e sarà visitabile a Torino dal 9 maggio presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Il catalogo, in corso di stampa, si deve a Babalibri.
Gianni De Conno
Mostro selvaggio?
Chi è il selvaggio? Chi è il mostro?
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Brunella Baldi
In fondo alle scale si apriva la porta della cantina. Quando le scendevo per andare a prendere qualche cosa arrivavo tranquilla, prendevo quello che serviva e poi, nel momento di spengere la luce, sentivo la paura salire dallo stomaco. Mi aspettavo sempre che un qualcosa di sconosciuto sbucasse da quel buco nero. Risalivo correndo le scale, non sapendo se il battito del mio cuore era dovuto più alla corsa o alla paura. Qualche anno dopo, scoprire i mostri di Sendak mi ha riempito di gioia. Vorrei poter tornarein fondo a quelle scale, spengere la luce e incontrarne uno.
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Di questo libro inconsciamente mi ha sempre affascinato la narrazione semplice
e sintetica, non didascalica, il racconto per immagini di un momento di vita
e crescita libero da stereotipi e spiegazioni.
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Franco Matticchio
Come ogni mostro che si rispetti anche i mostri di Sendak
sono buffi, goffi, paffuti e pelosi.
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Arianna Papini
Mi sento da sempre mostro selvaggio. Nel mio lavoro posso stare con i bambini,
sporcarmi, sedermi per terra, esprimermi con parole e colori liberamente.
Diceva Maurice Sendak “io non scrivo per adulti e non scrivo per bambini, scrivo
e basta!”, anche per me è così. E anch’io come lui ho necessità di narrare la vita
attraverso parole e immagini. Quando se n’è volato via ho creduto che fosse approdato nel suo paese dei mostri selvaggi. Lui, come me, abitava il luogo incantato della narrazione, trovando lì le risposte ai grandi temi della vita.
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Sonia Maria Luce Possentini
Quando da piccola me ne andavo nel mio letto e cercavo di dormire, spuntavano
mostri come ombre sulla porta e sul muro della mia camera… La casa era vecchia
e i rumori nel silenzio divenivano boati, le ombre diventavano grandi e minacciose.
Avrei voluto gridare “a cuccia” e domarli fissandoli negli occhi gialli…
un po’ forse ci sono riuscita… A volte oggi, li penso in chissà quale altro pianeta,
non molto lontano da me, da noi.
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Andrea Rauch
Maurice Sendak ci ha insegnato a non aver paura del ‘mostro selvaggio’ che è dentro
di noi e che, spesso, vuole uscire allo scoperto. Perché i mostri di cui ognuno
di noi è re sono la nostra creatività, la fantasia, la voglia di essere sempre nuovi
e diversi. Di vivere in maniera più intensa. Selvaggiamente.
mercoledì 16 maggio 2012
Una galleria per Maurice Sendak
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| Maurice Sendak |
Maurice Sendak è stato non solo quel meraviglioso artista che tutti noi abbiamo ammirato, ma anche uno dei più formidabili innovatori nell'arte grafica del novecento. Non è certo azzardato affermare che senza di lui i picture books della seconda metà del secolo scorso sarebbero stati differenti, molto differenti, completamente differenti. Non c'è quindi illustratore al mondo che non gli debba qualcosa e che, in cuor suo, non gli renda omaggio; quindi non stupisce che, in questi giorni, in molti giornali o riviste on line fioriscano gallerie con tributi che, illustratori famosi o meno famosi, dedicano al maestro scomparso. Nel New York Times sono già intervenuti, ad esempio, Art Spiegelman, Tomi Ungerer, Gary Texali.
Pure se incommensurabilmente meno prestigioso del New York Times anche il nostro blog vorrebbe rendere omaggio pubblico al maestro e quindi invitiamo gli illustratori, gli studenti, gli appassionati, i lettori (tutti insomma) a inviarci un proprio pensiero grafico che pubblicheremo, aggiornandola continuamente, in una nostra galleria che inizia da questo momento con due interventi della 'casa', potremmo dire, dovuti ad Andrea Rauch, redattore del blog e Simone Frasca, autore per noi di Doccino tante storie da cui è tratto il disegno che pubblichiamo..
I contributi dovrebbero essere jpg, 72 dpi, base 20 cm.
Grazie a chi vorrà essere con noi nel ricordare il grande Maurice.
Michele Petrucci
Fred Blunt
Le cose selvagge hanno avuto un enorme impatto su di me bambino,
e hanno lasciato un'impressione durevole.
Andrea Rauch
Sempre, per le nostre scale, scendono o salgono delle cose selvagge...
Simone Frasca
Importante è, prima o poi, far vela verso casa.
martedì 8 maggio 2012
Addio a Maurice Sendak
Di Maurice Sendak, che se n’è andato oggi a 83 anni, si è detto e scritto, e ancor più si dirà e scriverà negli anni a venire, quando la sua figura straordinaria di anticipatore e ‘cantore’ della complessità e della ‘difficoltà’ dell’infanzia sarà definitivamente consegnata alla storia dell’arte e della società. Di lui oggi possiamo riandare alla grandezza dell’artista, ma anche all'eleganza, al riserbo e alla discrezione dell'uomo.
(Andrea Rauch) Mi si consenta un ricordo personale. Nel 1987 ebbi la fortuna di progettare, per il Salon du Livre de Montreuil la sua grande mostra antologica, Autour de Maurice Sendak.
Paola Vassalli e Michéle Cochet, le curatrici dell’esposizione, avevano pensato una struttura scenografica della mostra che rappresentasse la casa dell’artista attraverso le cui stanze entrare nel suo immaginario. Fu un lavoro complesso ma esaltante.
La mostra, dopo Montreuil, fu presentata anche a Bologna e andò ad occupare, nella primavera del 1988, un intero padiglione della Fiera del Libro per ragazzi.
In quella sede l’antologica fu visitata anche da Sendak, che non l’aveva vista a Montreuil. L’artista si aggirò per il percorso, quattrocento metri quadrati di scenografia, silenzioso e attento. Alla fine della visita mi mise una mano sulla spalla e disse testualmente: «Oh, an hard work!»
Quelle tre parole, quattro considerando anche l’oh, furono tutta la conversazione che riuscii ad avere con il più grande illustratore di libri per bambini della nostra epoca. Ciao, grande, irripetibile, unico!
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| Maurice Sendak |
Paola Vassalli e Michéle Cochet, le curatrici dell’esposizione, avevano pensato una struttura scenografica della mostra che rappresentasse la casa dell’artista attraverso le cui stanze entrare nel suo immaginario. Fu un lavoro complesso ma esaltante.
La mostra, dopo Montreuil, fu presentata anche a Bologna e andò ad occupare, nella primavera del 1988, un intero padiglione della Fiera del Libro per ragazzi.
In quella sede l’antologica fu visitata anche da Sendak, che non l’aveva vista a Montreuil. L’artista si aggirò per il percorso, quattrocento metri quadrati di scenografia, silenzioso e attento. Alla fine della visita mi mise una mano sulla spalla e disse testualmente: «Oh, an hard work!»
Quelle tre parole, quattro considerando anche l’oh, furono tutta la conversazione che riuscii ad avere con il più grande illustratore di libri per bambini della nostra epoca. Ciao, grande, irripetibile, unico!
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| Autour de Maurice Sendak, 1987 |
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| Autour de Maurice Sendak, 1987 |
domenica 22 aprile 2012
Libri recuperati. 20. Baldo Ribaldo
Libri che non avevamo segnalato perché il nostro blog
non esisteva ancora. Libri che abbiamo segnalato altrove. Libri
che meritano comunque di essere segnalati e ricordati. Libri mai
usciti in Italia. Libri memorabili per testi e immagini. Libri.
20. Maurice Sendak. Baldo Ribaldo

Hector Protector was dressed all in green;
Hector Protector was sent to the Queen.
The Queen did not like him,
Nor more did the King;
So Hector Protector was sent back again.
Baldo Ribaldo di verde vestito
Venne dai suoi alla regina spedito
Ma la regina non ne volle sapere
Nemmeno il re lo volle trattenere
A casa, non gradito, venne rispedito
Maurice Sendak, Baldo Ribaldo, Emme edizioni, 1982
martedì 27 settembre 2011
Angoscia e ambiguità di E.T.A. Hoffmann
Una volta o l’altra dovremo dedicare un po’ di tempo e spazio a uno dei miti fondanti della letteratura europea, quello della trasformazione, del passaggio, intesi come crescita e cambiamento, come modo di maturare e cambiare la propria esperienza. E se a volte la trasformazione (la metamorfosi) può essere crudele e insensata (Kafka), in altri casi può risultare ambigua, angosciante, paranoide, folle, oppure preludere, raramente però, al più solare dei lieti fine. E stiamo pensando ad E.T.A. Hoffmann che, nei suoi racconti inzuppati quant’altri mai dal romanticismo tedesco (quindi la madre di tutti i romanticismi!) tocca queste corde e le fa vibrare in modo raramente intenso.
I racconti di Hoffmann nascono spesso da una contrapposizione: lucidità e follia, uomo e automa, realtà e favola, notte e giorno. E spesso i piani si mescolano risultando inestricabili, slittano l’uno dentro l’altro, si sovrappongono e sfumano.
Chi è l’uomo della sabbia del racconto omonimo? Un vecchio avvocato? un alchimista satanico? un costruttore di automi? un occhialaio meccanico? Coppelius-Coppola, in quella storia, recita molte parte in commedia. Come il professor Spallanzani che crea una vita di seconda mano (la bambola Olimpia), incompleta e insoddisfacente, comunque angosciante, cui lo studente Nataniele è incapace di sfuggire.
In ogni caso Coppelius-Coppola-Spallanzani sono anche un ‘passaggio’, un oggetto quasi 'transizionale', il punto di contatto tra due realtà diverse che, senza il loro intervento, non riuscirebbero a toccarsi. Esattamente come il padrino Drosselmeyer di Schiaccianoci e Re dei Topi, anch’esso ambiguo, sfuggente, costruttore di giocattoli meccanici costretti, per loro natura, a ripetere gli stessi movimenti e ad essere, quindi, pallida ombra della vita vera.
Drosselmeyer è, davvero, un ‘oggetto transizionale’; muove gli elementi della realtà e del sogno, è attore e testimone della metamorfosi di Schiaccianoci e della principessa Pirlipat, mescola i piani del racconto rendendoli così confusi che il mondo 'alla dritta' può apparire 'alla rovescia' e l’esperienza sognata di Marie Stahlbaum diventare più vera del reale. Ed è proprio questa l’impressione finale della lettura del testo di Hoffmann: quel non sapersi decidere se la realtà sia la veglia o il sonno. Ma da quella realtà, o sogno che sia, Marie Stahlbaum ne uscirà comunque cresciuta, più consapevole e matura.
Naturalmente su Schiaccianoci grava come un macigno l'eredità del balletto di Piotr Ilijc Tchaikovski, che musicò il libretto di Marius Petipa tratto dalla riscrittura di Alexandre Dumas. L’angoscia originale si perde quasi tra le musiche del balletto, gradevoli (anche troppo!) e sostanzialmente incapaci di restituire al racconto l’ambiguità e l’incertezza che sono gran parte della sua cifra stilistica. E anche Maurice Sendak, che disegnò nel 1984 i costumi e le scene per il balletto messo in scena da Ken Stowell per il Pacific Northwest Ballett, sembra risentire dell’understatement della musica tchaikovsvkiana e ci offre una silloge di disegni, senz’altro belli, ma che nulla hanno dell’inquietudine di Hoffmann e nemmeno di quella di cui Sendak stesso era stato capace in alcuni dei suoi capolavori (Outside Over There).
Più vicina allo spirito originario la versione del 1996 di Roberto Innocenti che, con il suo tratto accuratissimo, ci trasporta in un mondo senza soluzione di continuità tra la realtà sognata e il sogno realizzato. Nei disegni di Roberto serpeggia e formicola l’angoscia. L’incubo notturno è veramente un incubo e la scena si agita e si trasforma con il procedere degli eserciti che si fronteggiano nel salotto buono di casa Stahlbaum, incerti se tutto questo è un delirio, una febbre, o l’avverarsi degli intrighi hoffmanniani di Drosselmeyer, mago improbabile dalla marsina gialla, la benda nera sull’occhio e la parrucca di vetro.
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| Maurice Sendak, 1984 |
I racconti di Hoffmann nascono spesso da una contrapposizione: lucidità e follia, uomo e automa, realtà e favola, notte e giorno. E spesso i piani si mescolano risultando inestricabili, slittano l’uno dentro l’altro, si sovrappongono e sfumano.
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| Fabian Negrin, L'uomo della sabbia, 2010 |
In ogni caso Coppelius-Coppola-Spallanzani sono anche un ‘passaggio’, un oggetto quasi 'transizionale', il punto di contatto tra due realtà diverse che, senza il loro intervento, non riuscirebbero a toccarsi. Esattamente come il padrino Drosselmeyer di Schiaccianoci e Re dei Topi, anch’esso ambiguo, sfuggente, costruttore di giocattoli meccanici costretti, per loro natura, a ripetere gli stessi movimenti e ad essere, quindi, pallida ombra della vita vera.
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| Frontespizio di E.T.A. Hoffmann,1906 |
Naturalmente su Schiaccianoci grava come un macigno l'eredità del balletto di Piotr Ilijc Tchaikovski, che musicò il libretto di Marius Petipa tratto dalla riscrittura di Alexandre Dumas. L’angoscia originale si perde quasi tra le musiche del balletto, gradevoli (anche troppo!) e sostanzialmente incapaci di restituire al racconto l’ambiguità e l’incertezza che sono gran parte della sua cifra stilistica. E anche Maurice Sendak, che disegnò nel 1984 i costumi e le scene per il balletto messo in scena da Ken Stowell per il Pacific Northwest Ballett, sembra risentire dell’understatement della musica tchaikovsvkiana e ci offre una silloge di disegni, senz’altro belli, ma che nulla hanno dell’inquietudine di Hoffmann e nemmeno di quella di cui Sendak stesso era stato capace in alcuni dei suoi capolavori (Outside Over There).
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| Scene di Maurice Sendak, 1984 |
Più vicina allo spirito originario la versione del 1996 di Roberto Innocenti che, con il suo tratto accuratissimo, ci trasporta in un mondo senza soluzione di continuità tra la realtà sognata e il sogno realizzato. Nei disegni di Roberto serpeggia e formicola l’angoscia. L’incubo notturno è veramente un incubo e la scena si agita e si trasforma con il procedere degli eserciti che si fronteggiano nel salotto buono di casa Stahlbaum, incerti se tutto questo è un delirio, una febbre, o l’avverarsi degli intrighi hoffmanniani di Drosselmeyer, mago improbabile dalla marsina gialla, la benda nera sull’occhio e la parrucca di vetro.
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| Tre illustrazioni di Roberto Innocenti, 1996 |
martedì 19 luglio 2011
Maestri 1. Maurice Sendak
Nato a Brooklyn, New York, nel 1928, Maurice Sendak illustra il suo primo libro nel 1947. La fama mondiale arriverà nel 1963, con la pubblicazione di Where the wild things are, cui seguiranno gli altri capolavori: In the night kitchen e Outside Over There. I suoi disegni, dalla fine degli anni Settanta, sono conservati presso il Rosenbach Museum & Library in Philadelphia. Alla fine degli anni '80 il Salone del libro di Montreuil gli dedica una grande retrospettiva, Autour de Maurice Sendak, preparata da Paola Vassalli e Michèle Cochet, che sarà presentata anche in Italia, alla Fiera del libro di Bologna nel 1988 e, subito dopo nei locali espositivi dell'ex Birra Peroni a Roma. In Italia i libri più importanti di Maurice Sendak furono pubblicati su iniziativa di Rosellina Archinto, per le sue Edizioni Emme, e oggi sono riproposti in catalogo da Babalibri.
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| M. Sendak, Where the wild things are, Harper & Row, 1963 |
Quello che ha sempre, immediatamente, colpito nell’opera di Maurice Sendak è l’estrema inattualità del segno. Le sue tavole quasi mai si collocano, infatti, in un’epoca precisa, valutabile e riconoscibile, tecnicamente, a colpo d’occhio, bensì in una sorta di universo senza tempo dove la realtà è soltanto immaginata e filtrata attraverso la nostalgia dei sentimenti.
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| Autour de Maurice Sendak, Montreuil, 1987 |
L’infanzia passata nelle vie di Brooklyn, le memorie familiari, le letture infantili, le nursery-rhymes, i fumetti colti e quelli popolari (Little Nemo e Mickey Mouse, per la precisione) vengono quindi continuamente mescolati in quella specie di pentolone ingordo e ribollente che è l’immaginario dell’artista e ne escono trasfigurati e rigenerati.
"La mia infanzia americana – ricorda – si compose di elementi disparati, aggregati stranamente, un’infanzia colorata di memorie di cose mai vissute direttamente... una vita di fantasia sfaccettata..."
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| M. Sendak, Grimm Fables, Farrar, Strauss, Giroux, 1973 |
L’inattualità di cui Sendak ci costringe a parlare è dunque assoluta, proprio perché situabile ovunque e in nessun luogo; ed è quella che rende la matita dell’artista sempre e completamente attuale. Universale, per usare soltanto una parola.
Resta comunque viva l’impressione che Sendak non usi, nel suo operare, un codice grafico in sintonia con la propria epoca ma vada a cercare altrove i propri riferimenti; nelle sgorbie e nei bulini della xilografia popolare, a esempio; oppure nei colori appannati e bruscolati della cromolitografia. Modi tecnici in qualche misura desueti, certo inattuali se non fosse che l’artista li rigenera, timbrandoli con la propria personalità e usandoli in maniera tutt’altro che prevedibilmente riferita.
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| M. Sendak, Higglety Pigglety .., Farrar, Strauss, Giroux, 1967 |
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| M. Sendak, Higglety Pigglety .., Farrar, Strauss, Giroux, 1967 |
The dog has eaten the mop!
The pig’s in a hurry
The cat’s in a flurry
Higglety Pigglety Pop!
Sendak, sulla falsariga del pifferaio di Hamelin, spinge e/o trascina dove vuole i suoi piccoli topi lettori. Con la sua abilità cerca di mandarci fuori strada; seguendo i richiami della tecnica rischiamo di perdere di vista la carica affettuosa, di partecipazione, che lega l’artista alla sua opera. Sbandierando sotto i nostri occhi la perfezione virtuosistica (desueta, ottocentesca) e apparentemente surreale del disegno, Sendak ci nasconde quasi con pudore i significati più intimi e privati del racconto.
Quando si riesce a scavare al di sotto dell’esteriore, con un percorso difficile e nascosto, si può gustare insieme il frutto di un’avventura grafica ricchissima e di un fatto narrativo che appagano e gratificano.
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| M. Sendak, Mr. Rabbit.., Harper & Row, 1962 |
Velature di acquerello continuo, toni sovrapposti. Eppure qualche segnale di difformità riusciamo ad avvertirlo. Sendak semina, all’interno della tecnica espressiva, trappole formali che servono da avvertimento; un ponte sbilenco, una porta con la prospettiva falsata, ci dicono con la chiarezza dell’ambiguità che il vero intento dell’artista è quello di creare un’atmosfera che comunque è distorta, irreale, irriferita. Diversa.
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| M. Sendak, Mr. Rabbit.., Harper & Row, 1962 |
Mr. Rabbitt and the lovely present, proprio per questo immergersi un un mondo stranito e fantastico, è il prodromo necessario ai due più importanti libri di Maurice Sendak: Where the wild things are e In the night kitchen.
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| Maurice Sendak, Where the wild things are, Harper & Row, 1963 |
In entrambi i casi la partenza è piana e usuale. Il bambino Max e il bambino Mickey nelle proprie camere da letto, alle prese con le gioie, le ansie, le paure quodidiane. I giochi, il sonno. In entrambi i casi la camera è il punto di partenza e il passaggio essenziale verso universi dove si approda, si agisce, e da dove si ritorna (nella propria camera, appena in tempo per la cena; nel proprio letto, sazi e assonnati) più ricchi e maturi.
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| Maurice Sendak, In the night kitchen, Harper & Row, 1970 |
L’isola dei mostri selvaggi e la cucina di notte sono due metafore evidenti per alludere alla crescita e alla maturazione del bambino. "Sin dalla più tenera infanzia i bambini convivono con emozioni dirompenti... paura ed ansia fanno intrinsecamente parte della loro vita quotidiana... devono confrontarsi meglio che possono con continue frustrazioni. Proprio attraverso la fantasia i bambini giungono alla catarsi. È il migliore strumento per dominare le Cose Selvagge."
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| Autour de Maurice Sendak, Montreuil, 1987 |
L’ironia è poi la chiave essenziale per la comprensione piena dell’opera di Maurice Sendak. Qualunque elemento disegnato, anche il più volutamente retorico, è abbassato di tono, reso partecipato. Quando il disegno si arrampica verso impervi funambolismi formali, qualcosa sembra convincere sempre l’artista a tornare a terra per riavvicinarsi al lettore.
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| M. Sendak, Outside Over There, Harper & Row, 1981 |
Così, nelle raffinatissime tavole di Outside Over There, alla fissità delle situazioni di partenza (la madre e il pastore tedesco che guardano dal giardino verso il mare) si contrappone, necessario pendant, un momento di rottura narrativo; Baby che piange a pieni polmoni, in un angolo, oppure la natura che avanza invadente dalla finestra; o il veliero, fuori dalla stanza, che affronta una tempesta via via più minacciosa.
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| Autour de Maurice Sendak, Montreuil, 1987 |
Sendak conosce molto bene il suo lettore, sa come incatenarne l’attenzione, quali corde toccare perché ogni tavola abbia uno scarto, un livello di lettura diverso dalla precedente. E procede quasi nascondendo la storia in tavole dalla lettura doppia (primo piano e campo lungo, a esempio, dove tutto si svolge in modo complementare e parallelo), cariche di significati ironici (il bambino di ghiaccio che si scioglie sotto gli occhi di Ida), addirittura iniziatici (la 'stolta' Ida che inizia il cammino per ritrovare Baby rapita dai goblins librandosi in aria e assumendo, secondo un simbolismo tutto ebraico, un grado di conoscenza sciamanica che le permetterà di riuscire nel suo compito). Tutto questo, naturalmente, tradotto in disegni accurati e puntigliosi. Se non che anche qui i segnali sparsi nelle tavole ci mettono sul chi vive. Certe teste troppo grosse, certi piedi troppo lunghi altro non sono che l’ideale protrarsi di una visione infantile del mondo, un mondo a somiglianza di bambino dove la testa è sempre più grande delle spalle.
Stephen J. Gould, in un suo famoso saggio di qualche anno fa, afferma che il rapporto tra la circonferenza della testa di Mickey Mouse e il resto del corpo è variato con il passare degli anni. E che via via che il rapporto è passato verso la normalità (leggi testa più piccola) Mickey ha perso il suo originario carattere anarcoide-avventuroso (bambino) per diventare assennato e calcolatore (adulto).
Allo stesso modo i personaggi di Sendak conservano le misure antropometriche dell’infanzia; un segnale in più che ci avverte di come l’universo rappresentato non sia reale, ma immaginario come quello pensato da un bimbo. E se la perfezione del disegno ci fa gridare all’iperrealismo, i piedi troppo lunghi di Ida ci avvertono che il pifferaio ci sta di nuovo portando via, dove la realtà è illusoria fata morgana.
Testo tratto da: Andrea Rauch, Il mondo come Design e rappresentazione, Usher Arte, 2009.
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