Ivano Cappelli ci ha appena comunicato che, a giorni, chiuderà la sua libreria di Prato, Libri fritti. Disinteresse generale, mancanza di pubblico, città che è sembrata distratta e quasi addormentata, invischiata tra gli stracci che rischiano di soffocarla e i problemi della nuova convivenza tra comunità diverse e lontane.
Di libri, di cultura, della ventata d'aria nuova e pulita che Ivano aveva portato con la sua proposta, ci sarebbe dovuto essere di bisogno. Invece no, è sembrata una fuga in avanti.
Ivano Cappelli, nei pochi mesi della sua attività, è stato per noi (e per gli altri piccoli editori, per gli artisti, per i bambini...) un amico disinteressato e attento, disponibile e affettuoso. Ci mancherà. Noi comunque aspettiamo il suo ritorno...
sabato 24 settembre 2011
giovedì 22 settembre 2011
Maestri 13. Milton Glaser
Milton Glaser è nato a New York nel 1929. Nel 1954 fonda, con Ed Sorel e Seymour Chwast, i Push Pin Studios, che rinnoveranno il linguaggio della grafica americana del secondo dopoguerra e eserciteranno un’influenza straordinaria nel mondo. Dal 1974, esaurita l’esperienza Push Pin, lavora con una propria griffe. Ha disegnato centinaia di manifesti, illustrato libri, progettato corporate identity. Suo I love New York, considerato il marchio più diffuso al mondo.
Nella Trentaduesima strada East, a Manhattan, accanto alla palazzina primo Novecento che, ormai da più di trent’anni, ospita su quattro piani lo studio di Milton Glaser, c’era, alla fine degli anni Novanta, un cortile di asfalto, attrezzato a povera area di giochi e di ricreazione per una scuola elementare della zona. Il cortile era coperto di asfalto, incassato tra gli edifici e chiuso, sul fronte della strada, da una cancellata.
Poche strutture: un’altalena, uno scivolo, l’immancabile canestro per una partitella veloce. Sulla cancellata erano comunque cresciute delle sagome di metallo dai colori sgargianti. Alberi verdi che si piegavano al vento e stentavano, crediamo, a venir su tra i grattacieli di Manhattan, ma che portavano, d’estate e inverno, grossi, rotondi frutti rossi maturi. Una targhetta di lato alla cancellata ricordava che il progetto e la realizzazione di quel giardino imprevisto e imprevedibile era dovuto alla generosità creativa di un vicino di casa; Milton Glaser, appunto.
Il fatto non sarebbe memorabile né il progetto particolarmente significativo, all’interno di un’opera grafica tanto ricca e complessa, se non fosse che proprio quegli alberelli nati tra il cemento ci permettono di chiosare uno degli aspetti a parer nostro paradigmatici della personalità di Milton Glaser.
Esistono infatti artisti che si ripiegano su se stessi e cercano (trovando a volte) ragion d’essere nella propria ispirazione e nella propria autoreferenziale creatività. Altri che, di contro, postulano continuamente il confronto incontro scontro con la realtà per trarne conforto e giustificazione.
Esistono infine artisti, e Glaser è senz’altro tra questi, che cercano un proprio percorso all’interno della realtà, forzando e modificando quest’ultima alla luce delle proprie fantasie, dei propri progetti, delle proprie inclinazioni, della propria arte.
Gli alberi cresciuti nel cortile non sono quindi un gesto, pur generoso, fine a se stesso: sono un atto necessario dell’esistenza professionale di Glaser, uno dei momenti in cui l’artista prende atto di come il mediocre quotidiano possa e debba essere piegato a un’esigenza personale e a una speranza diverse.
Uno dei momenti in cui la propria volontà diventa progetto e quindi quasi atto condizionante, hic et nunc, di tutto l’esistente. D’altronde la tentazione di condizionare la realtà (o di riversare la propria esperienza di vita nel mondo professionale) è fortissima per un designer che non si rifugi pigramente nel comodo angolo del mestiere.
È quindi possibile che elementi quali l’ideologia, la cultura, l’arte, gli affetti, vadano a intrecciarsi in nodi inestricabili e concorrano a mettere a nudo brandelli importanti dell’anima del progettista. Brandelli che, raccolti insieme, ne saranno la biografia e il progetto complessivo.
Il discorso è impegnativo e scivoloso. Si rischia di caricare la personalità dell’artista di fardelli pesanti e inopportuni. D’altronde, però, chi saprebbe, nell’opera di Glaser, distinguere quale sia il confine tra la grafica rappresentante e la realtà rappresentata?
Si afferma in sostanza che la vita professionale, affettiva, sociale, politica di Milton entra nella realtà del secolo e la piega. E che la realtà del secolo entra nella vita di Milton e la condiziona, in un incontro-scontro sempre in bilico tra le ragioni dell’essere e quelle del rappresentare.
Dopo Milton Glaser non vedremo più Bob Dylan ma il Dylan di Milton, né il ricordo di Elvis potrà essere affidato solo alle macabre caricature dei suoi ormai imbolsiti fan-cloni. Elvis sarà giovane e bello per sempre nella struggente icona che Glaser ha consegnato alla storia del ventesimo secolo.
Si dirà però che quello di interpretare il proprio tempo è destino comune a tutti gli artisti importanti, ed è certo vero. Ma è peculiarità di pochi filtrare il tempo collettivo e restituirlo per qualche verso trasformato.
Ancora pochi esempi. Glaser si è avvicinato, in anni più o meno recenti, a Piero della Francesca, e ce ne ha dato una versione attenta e rispettosa. Rispettosa, certo, ma anche profondamente glaseriana, con i paesaggi della Val Tiberina che trasudano i toni rossastri dell’autunno del New England.
In Piero Milton ha cercato un’assonanza e l’ha trasformata in ragione sufficiente d’adesione e, al tempo stesso, di tradimento.
In Claude Monet Glaser ha visto un progetto simile al suo; una vita vissuta creativamente senza cedimenti, in equilibrio tra quotidiano e arte.
La vita reale di Monet Glaser l’ha riscritta e resa immaginaria, e per questo appunto tanto più vera perché emendata degli elementi quotidiani che potevano renderla meno emblematica.
E questo è quanto di più vicino al concetto di potere riesca a venirmi in mente. Cosa può infatti definirsi potere se non piegare la volontà e la fantasia di tutti alle proprie volontà e fantasia?
Lo dice, con la consueta lucidità lo stesso Glaser: «Potere è una parola interessante perché se togli al suo significato gli aspetti negativi e provi a capire cosa vuol dire, scopri che è sinonimo di abilità nel gestire un piano. Se cerchi di definire la parola “design” scopri che ha lo stesso significato. Design e potere sono concetti identici.»
Il potere del design, dunque. Quello che non riesce ad accettare che gli alberi non crescano a Manhattan, quello che riesce comunque a farli crescere. Il potere di chi pensa che la realtà non è sempre e solo grigia ma, a volte, è di un bel verde squillante punteggiato di grosse, smaltate, mele rosse.
Testo tratto da: Andrea Rauch, Il potere del Design, in Milton Glaser, Venezia, Nuages, 2000.
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| Shirley e Milton Glaser, Sansepolcro, 1989 |
Nella Trentaduesima strada East, a Manhattan, accanto alla palazzina primo Novecento che, ormai da più di trent’anni, ospita su quattro piani lo studio di Milton Glaser, c’era, alla fine degli anni Novanta, un cortile di asfalto, attrezzato a povera area di giochi e di ricreazione per una scuola elementare della zona. Il cortile era coperto di asfalto, incassato tra gli edifici e chiuso, sul fronte della strada, da una cancellata.
Poche strutture: un’altalena, uno scivolo, l’immancabile canestro per una partitella veloce. Sulla cancellata erano comunque cresciute delle sagome di metallo dai colori sgargianti. Alberi verdi che si piegavano al vento e stentavano, crediamo, a venir su tra i grattacieli di Manhattan, ma che portavano, d’estate e inverno, grossi, rotondi frutti rossi maturi. Una targhetta di lato alla cancellata ricordava che il progetto e la realizzazione di quel giardino imprevisto e imprevedibile era dovuto alla generosità creativa di un vicino di casa; Milton Glaser, appunto.
Il fatto non sarebbe memorabile né il progetto particolarmente significativo, all’interno di un’opera grafica tanto ricca e complessa, se non fosse che proprio quegli alberelli nati tra il cemento ci permettono di chiosare uno degli aspetti a parer nostro paradigmatici della personalità di Milton Glaser.
Esistono infatti artisti che si ripiegano su se stessi e cercano (trovando a volte) ragion d’essere nella propria ispirazione e nella propria autoreferenziale creatività. Altri che, di contro, postulano continuamente il confronto incontro scontro con la realtà per trarne conforto e giustificazione.
Esistono infine artisti, e Glaser è senz’altro tra questi, che cercano un proprio percorso all’interno della realtà, forzando e modificando quest’ultima alla luce delle proprie fantasie, dei propri progetti, delle proprie inclinazioni, della propria arte.
Gli alberi cresciuti nel cortile non sono quindi un gesto, pur generoso, fine a se stesso: sono un atto necessario dell’esistenza professionale di Glaser, uno dei momenti in cui l’artista prende atto di come il mediocre quotidiano possa e debba essere piegato a un’esigenza personale e a una speranza diverse.
Uno dei momenti in cui la propria volontà diventa progetto e quindi quasi atto condizionante, hic et nunc, di tutto l’esistente. D’altronde la tentazione di condizionare la realtà (o di riversare la propria esperienza di vita nel mondo professionale) è fortissima per un designer che non si rifugi pigramente nel comodo angolo del mestiere.
È quindi possibile che elementi quali l’ideologia, la cultura, l’arte, gli affetti, vadano a intrecciarsi in nodi inestricabili e concorrano a mettere a nudo brandelli importanti dell’anima del progettista. Brandelli che, raccolti insieme, ne saranno la biografia e il progetto complessivo.
Il discorso è impegnativo e scivoloso. Si rischia di caricare la personalità dell’artista di fardelli pesanti e inopportuni. D’altronde, però, chi saprebbe, nell’opera di Glaser, distinguere quale sia il confine tra la grafica rappresentante e la realtà rappresentata?
Si afferma in sostanza che la vita professionale, affettiva, sociale, politica di Milton entra nella realtà del secolo e la piega. E che la realtà del secolo entra nella vita di Milton e la condiziona, in un incontro-scontro sempre in bilico tra le ragioni dell’essere e quelle del rappresentare.
Dopo Milton Glaser non vedremo più Bob Dylan ma il Dylan di Milton, né il ricordo di Elvis potrà essere affidato solo alle macabre caricature dei suoi ormai imbolsiti fan-cloni. Elvis sarà giovane e bello per sempre nella struggente icona che Glaser ha consegnato alla storia del ventesimo secolo. Si dirà però che quello di interpretare il proprio tempo è destino comune a tutti gli artisti importanti, ed è certo vero. Ma è peculiarità di pochi filtrare il tempo collettivo e restituirlo per qualche verso trasformato.
Ancora pochi esempi. Glaser si è avvicinato, in anni più o meno recenti, a Piero della Francesca, e ce ne ha dato una versione attenta e rispettosa. Rispettosa, certo, ma anche profondamente glaseriana, con i paesaggi della Val Tiberina che trasudano i toni rossastri dell’autunno del New England.
In Piero Milton ha cercato un’assonanza e l’ha trasformata in ragione sufficiente d’adesione e, al tempo stesso, di tradimento.
In Claude Monet Glaser ha visto un progetto simile al suo; una vita vissuta creativamente senza cedimenti, in equilibrio tra quotidiano e arte.
La vita reale di Monet Glaser l’ha riscritta e resa immaginaria, e per questo appunto tanto più vera perché emendata degli elementi quotidiani che potevano renderla meno emblematica.
E questo è quanto di più vicino al concetto di potere riesca a venirmi in mente. Cosa può infatti definirsi potere se non piegare la volontà e la fantasia di tutti alle proprie volontà e fantasia?
Lo dice, con la consueta lucidità lo stesso Glaser: «Potere è una parola interessante perché se togli al suo significato gli aspetti negativi e provi a capire cosa vuol dire, scopri che è sinonimo di abilità nel gestire un piano. Se cerchi di definire la parola “design” scopri che ha lo stesso significato. Design e potere sono concetti identici.»
Il potere del design, dunque. Quello che non riesce ad accettare che gli alberi non crescano a Manhattan, quello che riesce comunque a farli crescere. Il potere di chi pensa che la realtà non è sempre e solo grigia ma, a volte, è di un bel verde squillante punteggiato di grosse, smaltate, mele rosse.
Testo tratto da: Andrea Rauch, Il potere del Design, in Milton Glaser, Venezia, Nuages, 2000.
mercoledì 21 settembre 2011
Scarabottolo si riposa
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| Guido Scarabottolo e Goffredo Fofi (foto Giovanni Santi) |
Nel corso del Festival di Internazionale, venerdi 30 settembre, alle ore 16,00 nell'Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara, Goffredo Fofi dialoga con Guido Scarabottolo sul tema Confessioni di un illustratore italiano. Nei giorni 1 e 2 ottobre, dalle 16,00 alle 18,00 Guido incontrerà i visitatori della mostra.
Segreto professionale
Guido Scarabottolo

Il mio segreto è che non so disegnare e sono pigro. Si tratta di una miscela esplosiva di qualità che va trattata con una certa cautela ma che può garantire risultati accettabili. Provate a pensarci. Un Pigro cercherà tutti i modi per realizzare qualcosa senza passare per la formazione canonica: un sistema semplice per avere la probabilità di scoprire qualche nuova tecnica. La stessa persona è troppo pigra per cercare a lungo qualcosa da copiare: si affrancherà prima dalla "tirannide" dei modelli. Non avendo talento naturale per il disegno, il Nostro si guarderà bene dall'applicarsi con costanza ad un apprendimento faticoso evitando così i rischi di uno stucchevole virtuosismo. Al contrario cercherà di produrre illustrazioni con il minimo numero di segni, costringendosi in tal modo alla riposante disciplina della sintesi. Inoltre il dispendio energetico richiesto dissuaderà ben presto il Pigro dal futile proposito di seguire le mode. Naturalmente, non potendo contare sul talento e su strabilianti mezzi tecnici, sarà costretto ad inventarsi qualcosa perché i suoi disegni possano piacere a qualcuno. Per fortuna, essendo un illustratore pigro, non sarà ossessionato dalla necessità di disegnare continuamente, anzi cercherà di evitarlo in tutti i modi, ad esempio leggendo moltissimo, costruendo mobili, andando al cinema, a teatro, ai concerti, riparando la bicicletta, visitando musei e gallerie d'arte, frugando nel frigorifero, viaggiando, passeggiando in città o nei boschi, facendo la coda alla posta... e tutto ciò contribuirà (anche se a sua insaputa) alla formazione di una cultura variegata, se non profonda, aiutandolo non poco a risolvere i problemi connessi all'immaginazione di immagini. Non starò qui a parlare poi del risparmio energetico connesso all'uso del computer, ma lasciatemi spendere una parola per ricordare quali interessanti risultati possono essere raggiunti e quante fatiche scongiurate affidandosi ad un buon agente. Finisco qui per non dover pensare troppo a lungo, ma sono certo che con un minimo impegno potrei trovare altri buoni argomenti a sostegno della pigrizia.
(dal catalogo della mostra, edizioni Tapirulan)
martedì 20 settembre 2011
La morale universale di Esopo
La fortuna di Esopo e delle sue favole non accenna a diminuire e non si limita certo alle sole versioni scolastiche o alla citazione, d'obbligo, di alcune storie esemplari, passate in proverbio. Per andare solo ai momenti più significativi della 'riscoperta' del favolista greco si potrà ricordare la grande mostra, di pochi anni fa, curata a Modena da Paola Pallottino (Esopo e la Volpe, 2009), oppure la recente pubblicazione delle Favole illustrate da Simone Rea per Topipittori. Anche noi abbiamo portato il nostro vaso a Samo e il 22 settembre sarà in libreria Le favole del Lupo e della Volpe, a cura di Tiziana Roversi, edizioni Prìncipi & Princípi, con le illustrazioni di un maestro 'storico' dell'illustrazione: Pirro Cuniberti.
Il volume sarà presentato a Bologna, presso la libreria Giannino Stoppani, Palazzo Re Enzo Via Rizzoli 1f, domenica 2 ottobre alle ore 16, alla presenza del Maestro Cuniberti, che firmerà le copie del libro. Pubblichiamo di seguito una riflessione di Alessandro Savorelli, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa, su Esopo 'effimero ed eterno'.
Il volume sarà presentato a Bologna, presso la libreria Giannino Stoppani, Palazzo Re Enzo Via Rizzoli 1f, domenica 2 ottobre alle ore 16, alla presenza del Maestro Cuniberti, che firmerà le copie del libro. Pubblichiamo di seguito una riflessione di Alessandro Savorelli, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa, su Esopo 'effimero ed eterno'.
Alessandro Savorelli
Esopo effimero. Giorgio Manganelli scriveva della favola esopica che «è una fulminea epifania», un disegno umile, eseguito con estrema parsimonia. Un «disegno nella sabbia», povero insieme di punti e linee, subito cancellato dal mare. Immagine straordinariamente felice per descrivere la brevità di Esopo: il sorriso del lettore non s’è ancora spento e le implicazioni della ‘morale’ della favola’ non sono ancora tutte dedotte, che si ha il desiderio di leggerne un’altra, anche se il mare la cancella di nuovo, per via della sua fragilità. Esopo – continua Manganelli – è l’anti-Omero: «i due luoghi terminali della fantasia greca, da una parte uno dei grandi insondabili templi del mondo, dall’altro un sasso attentamente lavorato da un anonimo contadino, e piantato nel suolo accanto ad una tana di lepri, tra rovi ed ulivi».
Esopo eterno. Pietro Pancrazi, nel 1930, proponendo una sua antologia di Esopo, spiegò con grande chiarezza la differenza tra “fiaba” e “favola”: la “fiaba” racconta un evento, che accade una volta sola; la “favola” narra qualcosa di eterno, che «accade sempre». Ed accade sempre perché, nonostante l’illusione del progresso, i vizi e le virtù degli uomini sono sempre gli stessi, e nessuno come Esopo è riuscito a fissarli in un’icona indelebile: ogni favola si può tradurre in una sola immagine semplice, comprensibile in ogni luogo e in ogni tempo e quasi sempre traducibile in un proverbio. Chi ha letto una volta la favola del lupo e dell’agnello o della volpe e della gru, se le ricorda per tutta la vita e sempre di nuovo riconosce in quelle esili maschere uomini malvagi e dabbene, o vi va comparando situazioni e cronache.
Esopo è dunque effimero ed eterno al tempo stesso. Perché le sue ministorie hanno il gusto di una battuta di spirito, che si racconta per strada. Ma è una battuta che sempre ci ritorna in mente, dopo 2500 anni, di fronte allo spettacolo della vita.
Ed ancora: Esopo al tempo stesso greco e universale. Greca – che più non si può – è la sua morale: non scontro epico di ‘vizio’ e ‘virtù’, ma demistificazione del potere e dell’inganno, amara descrizione della realtà e razione di prudenza per chi si trovi a destreggiarsi tra forza e innocenza, ipocrisia e sincerità, violenza e astuzia, stupidità e intelligenza, vanità e modestia. Eppure è morale universale, che ha resistito col mutamento della società e delle religioni, e alla quale tutti hanno finito per attingere, ora riscrivendola (Fedro, La Fontaine, Lessing, Trilussa…), magari adattandone il senso: la gru che toglie l’osso dalla gola della volpe si ritrova nei capitelli delle abbazie cristiane, letta come esempio di virtù cristiana; il lupo e l’agnello passano nell’ideologia dei Comuni medievali, fissandosi in icone che rammentano i soprusi dei ‘magnati’ contro il ‘popolo’.
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| Nicola e Giovanni Pisano, Il lupo e la Gru, Perugia, Fontana Maggiore |
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| Nicola e Giovanni Pisano, Il lupo e l'Agnello, Perugia, Fontana Maggiore |
Se non sapessimo da dove viene l’originale, potremmo pensare che la favola del cane e del lupo, col suo elogio della libertà, sia l’apologo di un filosofo illuminista. O che lo scimmiotto vanesio e incapace sia l’invenzione di un vignettista contemporaneo, che fustiga un ceto politico degradato di ‘nani e ballerine’.
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| Pirro Cuniberti, Il Cane e il Lupo |
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| Pirro Cuniberti, La Volpe e lo Scimmiotto |
lunedì 19 settembre 2011
La faccia di Long John Silver
"Mentre esitavo, un uomo uscì da una stanza laterale, e in un colpo d’occhio io mi convinsi che era lui, Long John. Aveva la gamba sinistra tagliata fin sotto l’anca, e sotto l’ascella sinistra portava una gruccia della quale si serviva con prodigiosa destrezza, saltellandovi sopra come un uccello. Era alto di corporatura e robusto, con una faccia larga come un prosciutto, scialba e volgare, ma rischiarata da un sorriso intelligente. Fischiettava con irrequieta allegria e si aggirava tra i tavoli distribuendo battute o pacche sulle spalle dei suoi ospiti preferiti. (...) Avendo visto il Capitano, Cane Nero e il cieco Pew, credevo ormai di sapere che un pirata era cosa ben diversa, a parer mio, da questo aperto e gioviale padrone di osteria." (Robert Louis Stevenson)
Ancor oggi qualcuno ci chiede quand’è che uscirà in libreria l’Isola del Tesoro che avevamo annunciato più di un anno fa e che si era perso all’interno della ‘leggenda’ di Roberto Innocenti, illustratore magnifico, tra i più grandi nel panorama mondiale, ma a cui non è certo consigliabile mettere premura.
Invischiato all’interno del suo Cappuccetto Rosso, de l’Isola avevamo perso le tracce anche noi, al punto di cominciare a considerarla una bella favola metropolitana. Continuavamo a rispondere, a chi ce ne chiedeva notizie, con una stretta di spalle e con alcune frasi laconiche, del tipo “Eh, Innocenti…”, sottintendendo sempre che ai geni non si deve far fretta, che i tempi di Roberto si misurano in ere geologiche e via motteggiando.
Figurarsi quindi la sorpresa quando, in mezzo a questo mare di rassegnazione quasi disperata, Roberto ci ha dato la notizia che, sì, stava disegnando per noi, l’Isola. E quindi il libro uscirà tra breve; difficile oggi dire la data esatta ma comunque sarà tra poco, mesi se non settimane.
Ora, si deve dire che quello che ci lega all’Isola del Tesoro è un rapporto davvero speciale. Non solo e non tanto perché, da sempre, pensiamo che sia il libro di avventure più bello che sia mai stato scritto, ma perché si è trovato, da anni, al crocevia dei nostri rapporti con Roberto.
Quasi sempre infatti, al concludersi di una delle sue opere e al momento di mandarla in stampa, quando cioè ci si trovava a ragionare e a consigliargli un nuovo libro da illustrare, l’Isola del Tesoro saltava fuori. Per poi rientrare nell’ombra e non farne mai di niente. L’Isola era una nostra prima scelta, un nostro desiderio, una voglia che pensavamo non avremmo mai visto appagata. Sempre c’era qualcosa che impediva a Roberto di realizzarla; o il sopraggiungere di un altro progetto, o una commissione cui non si poteva dire di no, o una titubanza o qualcos’altro. L’Isola di Stevenson era diventata un’Isola che non c’è, e che probabilmente non ci sarebbe mai stata se non avessimo forzato la mano e non avessimo inserito il titolo nella nostra Piccola Biblioteca dell’Immaginario, convincendo Roberto a farci più che un pensierino, a considerarlo un impegno. Sub specie amicitiae gli avevamo, in sostanza, fatto firmare una cambiale in bianco che alla fine è stata messa all’incasso.
Ma non è di questo che volevamo parlare.
Via via che il lavoro procede e che abbiamo il privilegio di vedere i disegni formarsi quasi sotto il nostro sguardo, ci accorgiamo quanto diverso sia l’occhio dell’illustratore da quello del lettore. I disegni, che Roberto ci fa vedere, stanno diventando una specie di workshop, un seminario continuo sulle tecniche e sui modi, sulla logica stessa, del ‘suo’ fare illustrazione.
Ora, va da sé che non esiste un solo modo di illustrare (ne abbiamo parlato molte volte) un classico. Molti artisti preferiscono ‘sovrapporsi’ al testo con una propria lettura autonoma, altri cercano di inserirsi nella ‘storia’ dell’illustrazione di quel particolare libro. Ogni scelta è giustificata, giustificabile e sacrosanta.
Roberto Innocenti addenta quasi il testo, lo disseziona in ogni parte e poi, anche se si tratta della storia più astratta del mondo, ne ricerca una oggettività interna di riferimento (storica, archeologica, topografica…) cui non riesce a fare a meno.
Così, mentre noi ci baloccavamo mentalmente con l’idea ‘platonica’ del pirata John Silver (ne avevamo anche un’immagine di riferimento precisa, quella di Walter Matthau nei Pirati di Roman Polanski, con l’inquartata rossa, gli alamari d’oro e la gamba di legno) Roberto tirava fuori dall’Isola i riferimenti, per lui irrinunciabili, da Robert Louis Stevenson, che non ci racconta di un pirata immaginario e romantico, ma di un oste che è stato un feroce bucaniere, che vuol tornare ad esserlo, ma che ha faccia e modi e aspetto da cuoco di taverna. E se la faccia di Long John è “larga come un prosciutto”, larga come un prosciutto abbia a essere. Se il cieco e laido Pew ha un cappuccio e una mascherina verde, state pur tranquilli che l’immagine disegnata da Roberto Innocenti avrà cappuccio e mascherina verde. Per non dire della cicatrice e del bastone ricurvo di Billy Bones.
E siamo giunti all’Hispaniola che non è, come avevamo sempre pensato leggendo la traduzione italiana, una goletta ma uno shooner, barca a cui non sappiamo trovare una definizione e una traduzione decente in italiano. La goletta ha caratteristiche differenti e Roberto ha disegnato proprio uno shooner (e noi abbiamo mantenuto la parola inglese nel testo), barca a due alberi, bassa di ghiglia, piccola ed agile (e anche qui il nostro preconcetto, che immaginava un galeone, è stato bellamente beffato).
Innocenti è a più di metà lavoro e non sappiamo resistere alla tentazione di anticipare questo che per noi sarà un evento significativo. C’è però da incrociare ancora le dita perché chissà quante sorprese ci riserverà, prima della fine, la faccia di Long John Silver, “larga come un prosciutto”.
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| Roberto Innocenti: schizzi per Long John Silver |
Ancor oggi qualcuno ci chiede quand’è che uscirà in libreria l’Isola del Tesoro che avevamo annunciato più di un anno fa e che si era perso all’interno della ‘leggenda’ di Roberto Innocenti, illustratore magnifico, tra i più grandi nel panorama mondiale, ma a cui non è certo consigliabile mettere premura.
Invischiato all’interno del suo Cappuccetto Rosso, de l’Isola avevamo perso le tracce anche noi, al punto di cominciare a considerarla una bella favola metropolitana. Continuavamo a rispondere, a chi ce ne chiedeva notizie, con una stretta di spalle e con alcune frasi laconiche, del tipo “Eh, Innocenti…”, sottintendendo sempre che ai geni non si deve far fretta, che i tempi di Roberto si misurano in ere geologiche e via motteggiando.
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| Roberto Innocenti disegna la mappa dell'Isola del Tesoro |
Ora, si deve dire che quello che ci lega all’Isola del Tesoro è un rapporto davvero speciale. Non solo e non tanto perché, da sempre, pensiamo che sia il libro di avventure più bello che sia mai stato scritto, ma perché si è trovato, da anni, al crocevia dei nostri rapporti con Roberto.
Quasi sempre infatti, al concludersi di una delle sue opere e al momento di mandarla in stampa, quando cioè ci si trovava a ragionare e a consigliargli un nuovo libro da illustrare, l’Isola del Tesoro saltava fuori. Per poi rientrare nell’ombra e non farne mai di niente. L’Isola era una nostra prima scelta, un nostro desiderio, una voglia che pensavamo non avremmo mai visto appagata. Sempre c’era qualcosa che impediva a Roberto di realizzarla; o il sopraggiungere di un altro progetto, o una commissione cui non si poteva dire di no, o una titubanza o qualcos’altro. L’Isola di Stevenson era diventata un’Isola che non c’è, e che probabilmente non ci sarebbe mai stata se non avessimo forzato la mano e non avessimo inserito il titolo nella nostra Piccola Biblioteca dell’Immaginario, convincendo Roberto a farci più che un pensierino, a considerarlo un impegno. Sub specie amicitiae gli avevamo, in sostanza, fatto firmare una cambiale in bianco che alla fine è stata messa all’incasso.
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| La mappa dell'Isola |
Ma non è di questo che volevamo parlare.
Via via che il lavoro procede e che abbiamo il privilegio di vedere i disegni formarsi quasi sotto il nostro sguardo, ci accorgiamo quanto diverso sia l’occhio dell’illustratore da quello del lettore. I disegni, che Roberto ci fa vedere, stanno diventando una specie di workshop, un seminario continuo sulle tecniche e sui modi, sulla logica stessa, del ‘suo’ fare illustrazione.
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| Il capitano Billy Bones |
Ora, va da sé che non esiste un solo modo di illustrare (ne abbiamo parlato molte volte) un classico. Molti artisti preferiscono ‘sovrapporsi’ al testo con una propria lettura autonoma, altri cercano di inserirsi nella ‘storia’ dell’illustrazione di quel particolare libro. Ogni scelta è giustificata, giustificabile e sacrosanta.
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| Roberto Innocenti disegna Pew |
Così, mentre noi ci baloccavamo mentalmente con l’idea ‘platonica’ del pirata John Silver (ne avevamo anche un’immagine di riferimento precisa, quella di Walter Matthau nei Pirati di Roman Polanski, con l’inquartata rossa, gli alamari d’oro e la gamba di legno) Roberto tirava fuori dall’Isola i riferimenti, per lui irrinunciabili, da Robert Louis Stevenson, che non ci racconta di un pirata immaginario e romantico, ma di un oste che è stato un feroce bucaniere, che vuol tornare ad esserlo, ma che ha faccia e modi e aspetto da cuoco di taverna. E se la faccia di Long John è “larga come un prosciutto”, larga come un prosciutto abbia a essere. Se il cieco e laido Pew ha un cappuccio e una mascherina verde, state pur tranquilli che l’immagine disegnata da Roberto Innocenti avrà cappuccio e mascherina verde. Per non dire della cicatrice e del bastone ricurvo di Billy Bones.
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| Il cieco Pew e Jim Hawkins |
E siamo giunti all’Hispaniola che non è, come avevamo sempre pensato leggendo la traduzione italiana, una goletta ma uno shooner, barca a cui non sappiamo trovare una definizione e una traduzione decente in italiano. La goletta ha caratteristiche differenti e Roberto ha disegnato proprio uno shooner (e noi abbiamo mantenuto la parola inglese nel testo), barca a due alberi, bassa di ghiglia, piccola ed agile (e anche qui il nostro preconcetto, che immaginava un galeone, è stato bellamente beffato).
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| Lo shooner di Innocenti |
domenica 18 settembre 2011
L'autobus di Rosa Parks
Un gesto simbolico, e coraggioso, quello di Rosa Parks, morta nel 2005 all’età di 92 anni, che, nel 1955 a Montgomery, Alabama, non cedette, su un autobus, il proprio posto a un bianco e rappresentò, come qualche volta accade nella storia, un battito di ali di farfalla in grado di scatenare una tempesta.
Quel gesto costò a Rosa Parks l'immediato arresto, ma innescò anche il compatto boicottaggio dei mezzi pubblici da parte della comunità nera. Un boicottaggio che, sotto la guida di un allora sconosciuto Martin Luther King, si protrasse per ben 381 giorni e che generalmente è considerato il punto d'origine del movimento per i diritti civili. La protesta finì solo dopo che una sentenza della Corte Suprema americana "desegregazionò" gli autobus.
Un gesto insomma che segna un punto di non ritorno nella storia della società civile, non solo americana. E pensare che Rosa Parks non si sognava nemmeno, con il suo gesto, di diventare un simbolo della lotta contro la segregazione razziale: anni dopo, a chi le chiedeva il perché del suo gesto, rispondeva candidamente di non essersi alzata dal suo posto solo perché “… mi facevano tanto male i piedi!”
Come tutti i momenti altamente simbolici l'abbiamo bene impresso nella nostra memoria visiva. La vediamo, nella fotografia qui a lato della Corbis/Bettmann, la minuta donnina nera seduta al proprio posto sull'autobus.
Ovviamente, la foto è una ricostruzione, simbolica, a posteriori. Ma al nostro immaginario non interessa: quello di cui ha bisogno è di un'immagine, il più possibile idealizzata, da imprimere ad eterna memoria. Un esempio di "falso" fotografico talmente potente da sopravvivere, come paradigma dell'avvenimento rappresentato, ben oltre la stessa evidenza della ricostruzione.
Ed infatti, è proprio così che in fondo ci piace ricordare Rosa, seduta sull'autobus di Montgomery, Alabama, destinazione Cleveland Avenue, mentre si rifiuta di alzarsi nonostante le minacce dell'autista. Vedendola nella foto, siamo un po' partecipi anche noi della sua piccola, enorme rivoluzione.
Anche il nonno afroamericano che accompagna il nipotino a vedere il Museo Ford e che lo invita a sedersi al posto di Rosa Parks nell’autobus che portava a Cleveland Avenue è partecipe di quella rivoluzione. Ma lui su quell’autobus, quel primo dicembre 1955, c’era davvero; era un giovane che tornava dal lavoro ed era seduto accanto a Rosa. Lui si alzò, però, dal suo posto all’intimazione dell’autista di lasciare il posto ai bianchi. Rosa non si alzò e quei gesti, il suo e quello di Rosa, ancora gli pesano, sessant’anni dopo, sull’anima. Non ebbe abbastanza coraggio e la storia gli passò accanto senza saperla cogliere. In fondo è questa la lezione che il vecchio ha imparato e che oggi cerca di trasmettere al nipote.
“Per questo ti ho portato qui oggi, per ricordarti che c’è sempre un autobus che passa nella vita di ognuno di noi. Io l’ho perso tanti anni fa. Tu tieni gli occhi aperti: non perdere il tuo…”
Bello e asciutto il racconto di Fabrizio Silei che esce in questi giorni, con i disegni di Maurizio Quarello, per Orecchio Acerbo.
Pieno di amarezza per non essere stato all’altezza di Rosa ma pieno anche d’orgoglio per essere stato presente e aver visto farsi la storia, il nonno cerca di fare ammenda della sua mancanza di coraggio trasmettendo al nipote la ‘necessità’ di quel coraggio. È un viaggio, quello dell’autobus fermo nel museo, della memoria che il vecchio e il bambino fanno insieme sovrapponendo i ricordi. Il mondo in bianco nero dei 'disegni d’epoca' di Maurizio Quarello è cupo, perché i ricordi sono cupi; memorie di violenza, di prevaricazione, di abusi. Era il mondo della 'supremazia' bianca, dei bar per 'whites only', delle scuole separate, del Ku Klux Klan. Il bambino deve conoscere quel mondo per sapersene difendere.
Un bel libro che Orecchio Acerbo pubblica in collaborazione con Amnesty International e che esce, in contemporanea, in Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Grecia e Brasile.
Fabrizio Silei, Maurizio A.C. Quarello, L’autobus di Rosa, Orecchio Acerbo, 15,00 euro.
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| Illustrazione di Maurizio AC Quarello |
Quel gesto costò a Rosa Parks l'immediato arresto, ma innescò anche il compatto boicottaggio dei mezzi pubblici da parte della comunità nera. Un boicottaggio che, sotto la guida di un allora sconosciuto Martin Luther King, si protrasse per ben 381 giorni e che generalmente è considerato il punto d'origine del movimento per i diritti civili. La protesta finì solo dopo che una sentenza della Corte Suprema americana "desegregazionò" gli autobus.
Un gesto insomma che segna un punto di non ritorno nella storia della società civile, non solo americana. E pensare che Rosa Parks non si sognava nemmeno, con il suo gesto, di diventare un simbolo della lotta contro la segregazione razziale: anni dopo, a chi le chiedeva il perché del suo gesto, rispondeva candidamente di non essersi alzata dal suo posto solo perché “… mi facevano tanto male i piedi!”
Come tutti i momenti altamente simbolici l'abbiamo bene impresso nella nostra memoria visiva. La vediamo, nella fotografia qui a lato della Corbis/Bettmann, la minuta donnina nera seduta al proprio posto sull'autobus.Ovviamente, la foto è una ricostruzione, simbolica, a posteriori. Ma al nostro immaginario non interessa: quello di cui ha bisogno è di un'immagine, il più possibile idealizzata, da imprimere ad eterna memoria. Un esempio di "falso" fotografico talmente potente da sopravvivere, come paradigma dell'avvenimento rappresentato, ben oltre la stessa evidenza della ricostruzione.
Ed infatti, è proprio così che in fondo ci piace ricordare Rosa, seduta sull'autobus di Montgomery, Alabama, destinazione Cleveland Avenue, mentre si rifiuta di alzarsi nonostante le minacce dell'autista. Vedendola nella foto, siamo un po' partecipi anche noi della sua piccola, enorme rivoluzione.
Anche il nonno afroamericano che accompagna il nipotino a vedere il Museo Ford e che lo invita a sedersi al posto di Rosa Parks nell’autobus che portava a Cleveland Avenue è partecipe di quella rivoluzione. Ma lui su quell’autobus, quel primo dicembre 1955, c’era davvero; era un giovane che tornava dal lavoro ed era seduto accanto a Rosa. Lui si alzò, però, dal suo posto all’intimazione dell’autista di lasciare il posto ai bianchi. Rosa non si alzò e quei gesti, il suo e quello di Rosa, ancora gli pesano, sessant’anni dopo, sull’anima. Non ebbe abbastanza coraggio e la storia gli passò accanto senza saperla cogliere. In fondo è questa la lezione che il vecchio ha imparato e che oggi cerca di trasmettere al nipote.
“Per questo ti ho portato qui oggi, per ricordarti che c’è sempre un autobus che passa nella vita di ognuno di noi. Io l’ho perso tanti anni fa. Tu tieni gli occhi aperti: non perdere il tuo…”
Bello e asciutto il racconto di Fabrizio Silei che esce in questi giorni, con i disegni di Maurizio Quarello, per Orecchio Acerbo.
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| Illustrazione di Maurizio AC Quarello |
Un bel libro che Orecchio Acerbo pubblica in collaborazione con Amnesty International e che esce, in contemporanea, in Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Grecia e Brasile.
Fabrizio Silei, Maurizio A.C. Quarello, L’autobus di Rosa, Orecchio Acerbo, 15,00 euro.
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| Illustrazione di Maurizio AC Quarello |
venerdì 16 settembre 2011
Tuttestorie 2011
Tema della VI edizione del Festival Tuttestorie di Letteratura per Ragazzi sarà “Non dirlo a nessuno! Racconti, visioni e libri che svelano segreti”. Il Festival si svolgerà dal 4 all’11 ottobre 2011 a Cagliari (ExMà, Mediateca del Mediterraneo e Ospedale Microcitemico dal 6 al 9 ottobre), nelle Biblioteche di Carbonia (dal 4 all’8 ottobre), Gonnesa (6 e 7 ottobre), Isili (4/5/6 ottobre), Mogoro (4/5 e10/11 ottobre), Oliena (6/7/8 ottobre), Quartu Sant’Elena (5/7/8 ottobre) e nell’Istituto Comprensivo di Posada (6/7 e 10 ottobre).
(comunicato stampa) Ideato e organizzato dalla Cooperativa e Libreria per Ragazzi Tuttestorie e presieduto dallo scrittore David Grossman, il Festival è realizzato con la collaborazione dello scrittore Bruno Tognolini, di Vittoria Negro e dei bibliotecari dei comuni coinvolti.
Il programma, diffuso on line, comprenderà otto giorni di incontri, laboratori e spettacoli, mostre, giochi, narrazioni e progetti speciali con più di 70 ospiti italiani e stranieri fra scrittori, illustratori, divulgatori scientifici, esperti di letteratura per l’infanzia, musicisti, teatranti, cineasti, giornalisti, per oltre 270 appuntamenti rivolti ad un pubblico di bambini e ragazzi fino ai 18 anni e lettori curiosi di ogni età. Verranno coinvolte circa 350 classi per un totale di 8.750 studenti.
La Cooperativa e Libreria per Ragazzi Tuttestorie nasce a Cagliari nel 2000 su iniziativa di Cristina Fiori, Manuela Fiori e Claudia Urgu. Promuove, dentro e fuori la libreria, iniziative culturali legate al libro e alla lettura: laboratori nelle scuole e nelle biblioteche, mostre di illustrazione, mostre del libro, corsi di aggiornamento, incontri con autori e illustratori, bibliografie a tema.
Dal 2006 organizza il Festival Tuttestorie con il quale il Comune di Cagliari vince il Premio Città del Libro 2010 per la “capacità” del festival “di consolidarsi nel giro di poche edizioni come una delle più importanti realtà del settore coinvolgendo attraverso incontri e laboratori un numero sempre crescente di bambini”
(comunicato stampa) Ideato e organizzato dalla Cooperativa e Libreria per Ragazzi Tuttestorie e presieduto dallo scrittore David Grossman, il Festival è realizzato con la collaborazione dello scrittore Bruno Tognolini, di Vittoria Negro e dei bibliotecari dei comuni coinvolti.
Il programma, diffuso on line, comprenderà otto giorni di incontri, laboratori e spettacoli, mostre, giochi, narrazioni e progetti speciali con più di 70 ospiti italiani e stranieri fra scrittori, illustratori, divulgatori scientifici, esperti di letteratura per l’infanzia, musicisti, teatranti, cineasti, giornalisti, per oltre 270 appuntamenti rivolti ad un pubblico di bambini e ragazzi fino ai 18 anni e lettori curiosi di ogni età. Verranno coinvolte circa 350 classi per un totale di 8.750 studenti.
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| Cagliari, Libreria Tuttestorie |
La Cooperativa e Libreria per Ragazzi Tuttestorie nasce a Cagliari nel 2000 su iniziativa di Cristina Fiori, Manuela Fiori e Claudia Urgu. Promuove, dentro e fuori la libreria, iniziative culturali legate al libro e alla lettura: laboratori nelle scuole e nelle biblioteche, mostre di illustrazione, mostre del libro, corsi di aggiornamento, incontri con autori e illustratori, bibliografie a tema.
Dal 2006 organizza il Festival Tuttestorie con il quale il Comune di Cagliari vince il Premio Città del Libro 2010 per la “capacità” del festival “di consolidarsi nel giro di poche edizioni come una delle più importanti realtà del settore coinvolgendo attraverso incontri e laboratori un numero sempre crescente di bambini”
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