I quarant'anni che ci separano dalla pubblicazione di Guardare le figure meritavano bene una celebrazione. E una nuova veste, voluta da Carmine Donzelli, dopo che l'edizione Einaudi è uscita di catalogo. Destino incongruo per un libro fondamentale e, ai tempi, pionieristico (ma a dire il vero non molti si sono avventurati, anche dopo, nel solco che Antonio Faeti aveva tracciato nel 1972).
Un grazie comunque a Donzelli per questa preziosa rivisitazione e ad Antonio per aver accresciuto il libro con una nuova introduzione che, sul filo sottile e stuzzicante dell'amarcord, rimanda a quel 1968 che vide la prima genesi di quella che, ancor oggi, si legge come una storia affascinante e meravigliosa.
Il Manifesto ci ha chiesto un intervento sul libro, che è stato pubblicato nell'edizione di domenica 4 Marzo. Lo mandiamo anche noi in rete.
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| Antonio Faeti, Guardare le figure, Donzelli, 2012 |
Sociologia dell'immaginario
Andrea Rauch
Nel 1972
Linus ha ormai sette anni e
Giovanni Gandini,
Oreste Del Buono e
Umberto Eco hanno provveduto ad una prima ‘sdoganatura’ del fumetto. I giornalini, ‘antipatizzati’ e, a volte, avversati fortemente dalle mamme, si sono già arrampicati su uno degli scaffali più alti della nostra libreria e di
Milton Caniff e
Carl Barks si sente già argomentare in maniera dotta e, a volte, pedante, mentre il piccolo
Nemo di
Windsor McCay, risolta l’ambiguità onomastica con il comandante verniano del
Nautilus, si è già conquistato l’affetto e la stima del dottor Freud.
Non siamo quindi, in quel 1972, nell’anno zero dell’Immaginario. Di figure e figurine si parla parecchio, si chiosa, ci si appassiona. Ci si agita come presi da un prurito salutare ma ancora quasi inconsapevole. L’illustrazione, infatti, e segnatamente quella per ragazzi, non ha ancora un posto fisso a tavola, ma il sospetto che quei ‘disegnini’ non siano soltanto una
biblia pauperum per facilitare la lettura a un mondo dove l’analfabetismo è ancora piaga diffusa, comincia a insinuarsi tra gli osservatori più attenti e avvertiti.
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| Antonio Faeti, Guardare le figure, Einaudi, 1972 |
Questo 2012 sta consumando, già in questi primi mesi, anniversari importanti, da quello della pubblicazione delle
Fiabe dei
Fratelli Grimm a quello della morte di
Dino Buzzati. Aggiungiamo anche questa, allora, tra le date significative: i quarant’anni dalla pubblicazione del capolavoro di
Antonio Faeti,
Guardare le figure che, dopo il percorso glorioso della vecchia edizione
Einaudi (che, nell’impianto munariano della copertina riportava il ‘Sor Pampurio arcicontento’ di
Carlo Bisi), si ripropone oggi in libreria in una nuova veste (questa volta tocca a
Sergio Tofano, con un elegantissimo disegno ripreso dal
Giornalino della Domenica), voluta e curata da
Donzelli.
Per chi, negli anni successivi, si è occupato di illustrazione e di grafica,
Guardare le figure è stato testo essenziale, da tenere sul comodino e consultare continuamente, una specie di ‘faro nelle tenebre’, il ‘latte della mamma’ da cui trarre nutrimento per una crescita equilibrata e salubre. E ci scuserete certo per questo eccesso di retorica.
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| Antonio Faeti, 2012 |
Einaudi pubblicò il lungo testo del giovanissimo
Faeti (uno
sponsor istituzionale di eccezione fu
Italo Calvino, che seguì l’iter editoriale del libro con affettuosa sollecitudine), al numero 499 della collana dei
Saggi, accanto a
Claudio Magris,
Cesare Brandi,
Gillo Dorfles,
Mario Fubini e via elencando. Una partenza col botto.
Per limitare e definire il campo della sua indagine
Antonio Faeti, nel 1972, nel saggio introduttivo alla prima edizione, rimandava a una definizione coniata da
Piero Bernardini, disegnatore fiorentino, vecchio ‘figurinaio’.
Di ‘figurinai’ dichiara dunque di occuparsi il
Faeti di
Guardare le figure, collegando tra loro le tradizioni più varie : “
Il senso della loro narrazione iconografica è spesso, inequivocabilmente, favolistico: ma il tema della fiaba è affrontato direttamente da quasi tutti i figurinai. A questo punto può risultare abbastanza facile riconoscere la fisionomia complessiva del gruppo: i figurinai, collegati intimamente con la tradizione delle stampe popolari, religiose o profane, vicini al mondo del feuilleton, quasi costretti a riprodurre i simboli della fiaba o del teatro dei burattini, scompaiono quando il mondo dell’immagine si ricompone, senza più dividere, in territori separati e in “classi”, i suoi artefici. Il figurinaio non esiste più quando un’iconosfera complessiva sembra obbedire ad un progetto totale che non esclude più nessuno e convince tutti i disegnatori ad inserirsi entro un contesto che richiede l’uso di un linguaggio comune.”
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| Disegno di Enrico Mazzanti |
E poi, in una frase sola,
Faeti fissa anche le coordinate temporali di
Guardare le figure.
“
L’autentica stagione del figurinaio, dalle immagini ottocentesche del 'Pinocchio' di Mazzanti, ai disegni di Gustavino per la 'Scala d’oro' è, in fondo, abbastanza breve. I condizionamenti editoriali, i contatti con spazi iconografici contigui, non lontani dai loro contenuti specifici, sono spesso capaci di “corrompere” i figurinai (…) Il figurinaio scompare lentamente, mentre i contorni del mondo delle immagini al quale egli può essere accostato, diventano sempre più imprecisi e irriconoscibili.”
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| Gustavino (Gustavo Rosso), copertina per la Scala d'Oro, Utet |
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| Disegno di Carlo Chiostri |
Il ‘tempo dei figurinai’ che
Antonio Faeti esamina si ferma quindi ai primi anni cinquanta, ma l’autore fa in tempo a tracciare quasi una storia popolare per immagini del ventesimo secolo. Si era partiti, come si ricorderà, dai ‘visionari del Granduca’ e dal ‘vernacolo meraviglioso’, di
Enrico Mazzanti e
Carlo Chiostri, dalle ansie ‘pedagogiche’ dell’editoria fiorentina della fine del XIX secolo, quella dei
Barbèra, dei
Salani, dei
Le Monnier, dei
Paggi, e si era poi andati risalendo, per concetti e immagini, agli illustratori del
Cuore (
Ferraguti,
Nardi e
Sartorio), ai cantori delle gesta salgariane, all’
art nouveau e al
decò nostrani (
Antonio Rubino,
Umberto Brunelleschi,
Duilio Cambellotti,
Aleardo Terzi) fino ad arrivare alla disanima dei due più importanti giornali-palestra dell’illustrazione per ragazzi, il
Giornalino della Domenica e il
Corriere dei Piccoli, senza nemmeno tralasciare una puntata nella grafica durante i vent’anni del regime fascista.
Scorrendo i nomi e gli argomenti appare subito chiaro come
Faeti non si limiti ad un’elencazione tassonomica di nomi e libri, ma tracci un grande affresco epocale, dove le figure sono spia e segnale della società e in quella si riflettono. Per guardare e capire le figure, ci dice quindi Antonio, si deve essere capaci di allargare a tutto tondo lo sguardo.
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| Copertina di Sergio Tofano |
Guardare le figure è un libro, non ci sarebbe bisogno di dirlo, raffinato e colto ma, e questo forse c’è bisogno di dirlo, “
si legge come un romanzo”, tanto la prosa è fluida, accattivante, bella. Il quadro che l’autore traccia si veste di oggettività scientifica ma anche di divagazioni aneddotiche gustose. A completare il quadro della ‘narrazione’ ci pensa poi l’introduzione alla seconda edizione 2011 di
Donzelli, e sbaglierebbe chi pensasse si tratti di un aggiornamento che dà conto dei quarant’anni trascorsi dalla prima edizione. Il ‘tempo dei figurinai’ è finito, si è detto, e nel quadro che
Faeti aveva tracciato nel 1972, forse ben poco c’era da aggiungere.
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| Antonio Rubino, Viperetta |
“
Guardare le figure, non è, assolutamente, né una storia della letteratura per l'infanzia, né una storia delle illustrazioni dei libri per i bambini. Che cosa penso che sia, allora, mentre oso riproporlo, ben quarantatre anni dopo la sua prima ideazione? È un trattato di sociologia dell'Immaginario che prende a pretesto i libri per i bambini, ma guarda ai sogni collettivi, indaga sulle mentalità, cerca di frugare nelle cantine in cui, nel 1968, non era ancora entrato nessuno.”
L’introduzione alla seconda edizione aggiunge allora una variante significativa: l’io narrante di
Antonio Faeti che ricolloca se stesso in quel 1968 in cui nacque l’idea del libro e i passi di avvicinamento (di letture significative, di film amati, di fumetti commentati…) senza i quali, non dimenticando i maestri amatissimi del giovane professore, nulla sarebbe stato meditato e scritto. Il racconto diventa dunque autobiografia (ci sembra di vederlo, Antonio, mentre verga queste note con l’inseparabile penna stilografica e la scrittura rotonda, ordinata, leggibilissima) e il
Faeti del 1968 si ricongiunge con il
Faeti dei nostri giorni. Quel testo di allora si accompagna ai tanti scritti in cui, durante gli anni, l’autore ci ha narrato della sua intensa vita intellettuale, dei suoi amori letterari, della sua passione inesausta per l’insegnamento e per le figure. Figure che Antonio ha guardato con attenzione e che, va da sé, ha fatto guardare e amare a tutti.
Antonio Faeti, Guardare le figure, Gli illustratori italiani dei libri per l'infanzia, nuova edizione con una introduzione "Quaranta anni dopo", Donzelli Editore, 2011, euro 32,00