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venerdì 6 luglio 2012

Il Pinocchio di Maurizio Quarello


Di Maurizio Quarello abbiamo parlato spesso in questo blog, e ancora più spesso abbiamo parlato di Pinocchio. Come potevamo, quindi, fare a meno di parlare del Pinocchio di Maurizio Quarello, edito dai francesi di Milan e che, nella pubblicistica illustrata dedicata al burattino di Carlo Collodi, va ad occupare un posto di sicura eccellenza?


I luoghi di Pinocchio sono senza tempo e le tavole di Quarello suggeriscono una koinè diacronica che mescola l'ottocento sonnacchioso della Toscana di Collodi alle pompe di benzina Gulf, ai segnali stradali, ai biplani che stanno chiaramente volando verso un qualche avamposto della prima guerra mondiale.




Anche i personaggi della storia sono rivestiti della stessa disinvoltura visiva: non più il vestituccio di carta fiorita di collodiana memoria ma completini alla marinara, giacchette, pullover, spezzati di tweed e berretti a coppola o à la garconne.
Ma certo non è questo l'importante perché protagonista assoluta ci sembra essere, nel libro di Quarello, la pittura che attraversa le tavole, e le fa vibrare, con pennellate ampie e minuziose, trasparenze 'liquide' e 'corpose' densità.



Quarello esalta con sicura nonchalance i rapporti tra segno e colore, tra pennello e carta, tra composizione e ispirazione. Ne derivano alcune tavole di bellezza assoluta e quasi struggente, come quella dove il burattino viene impiccato alla 'quercia grande', con sullo sfondo un background che sembra uscito da un dipinto di William Turner, oppure dove vengono in proscenio figurazioni inquietanti e misteriose quali il serpente dalla coda fumante o il terribile 'pescatore verde', che ci pare appena appena uscito da un incubo di Lovecraft.


Unico appunto che ci viene fatto di avanzare (ma certo in questo non c'entra Quarello) è il ricorso a un'edizione del testo, scorciata e riassunta sforbiciando qua e là, che tende a immiserire un capolavoro assoluto come Pinocchio, cercando di renderlo più cordiale senza ovviamente riuscire a restituirne appieno la complessità.



Carlo Collodi, Les aventures de Pinocchio, disegni di Maurizio Quarello, Milan, 2011, euro 16,50.

lunedì 21 maggio 2012

Janet la storta

Proprio mentre stavamo pubblicando i risultati del Premio Andersen 2012 il postino ci ha consegnato due novità edite da Orecchio Acerbo. Uno dei libri è un bel racconto di Robert Louis Stevenson centrato, come spesso capita a quel grande, sull’ambiguità tra bene e male: Janet, la storta. Autore dei disegni del libro, che continua la collana Lampi light, Maurizio Quarello che, guarda caso, è anche l’illustratore vincitore del Premio Andersen di quest’anno.


Premio meritatissimo, vien fatto di dire, perché Quarello, bravo sempre, nell’ultimo anno ha infilato, una dietro l’altra, delle vere e proprie perle editoriali, dall’Autobus di Rosa, a Effetti collaterali, al Grande cavallo blu, tutti editi, in Italia, dal solito Orecchio Acerbo, che aggiunge, alla grande qualità che sempre lo distingue, anche questa medaglietta.

Il racconto di Stevenson ci dà conto dell’avventura del reverendo Soulis che si rifugia negli universi della ragione e rifiuta di credere che quella creatura storpia e storta, Janet appunto, sia una strega posseduta dal maligno, come tutti credono di sapere. Il parroco dovrà purtroppo ricredersi alla fine del racconto quando vedrà con i suoi occhi che il demonio, dentro di lei, esiste davvero.


Un racconto inquietante, questo di Stevenson, che Quarello affronta con disegni di taglio quasi cinematografico. Atmosfere cupe, fantasie in bianco e nero, prospettive inconsuete, tratti caricaturali di sapore acido. L’uomo 'nero' che ha posseduto Janet porta una maschera da commedia dell’arte e ha zampe di gallina, ma è paurosamente appollaiato sulla lapide di una tomba e agita il corpo di Janet come fosse una marionetta. In cima ad una scala buia un corpo impiccato si muove indistinto nel buio; Janet non ha più volto, ma solo tenebra.


Il male esiste, dicevamo, e Stevenson non ce lo vuole nascondere. Si annida nel buio e può abitare la parte oscura dell’uomo. “… il confronto con il male – scrive Goffredo Fofi nella postfazione al volume - è ancora una necessità, un modo di crescere e di sapere – di sapere i nostri limiti e i limiti del mondo, i limiti della conoscenza. Stevenson sapeva bene che la parte nera è altrettanto reale della parte bianca…

mercoledì 28 marzo 2012

Il ritorno di Marco Cavallo

Marco Cavallo all'interno dell'Ospedale psichiatrico di Trieste, 1973

Chi fu Marco Cavallo, in quel lontano 1973? Fu una macchina teatrale, costruita e mossa da alcuni visionari che predicavano l’azione teatrale partecipata, che non credevano che lo spettacolo potesse farsi solo in palcoscenico né che avesse bisogno di un solo autore, ma fu anche, e soprattutto, un sogno: un muro che cade, una porta che si spalanca, un’aria nuova che spazza via incrostazioni secolari di prevaricazione, di incomprensione, di segregazione. Fu un simbolo Marco Cavallo e se oggi la sua vicenda è consegnata alla storia del teatro e alla storia dell’istituzione psichiatrica, ancor più è fissata, tout cort, alla storia sociale della seconda metà del ventesimo secolo.

Franco Basaglia
Il grande cavallo azzurro, Marco Cavallo, ebbe un 'padre teatrale', Giuliano Scabia, motore della grande performance all’interno dell’ospedale psichiatrico di Trieste, ed ebbe soprattutto un 'padre istituzionale’, Franco Basaglia, che più di tutti lavorò perché i manicomi chiudessero i loro reparti e i degenti fossero recuperati alla vita associata.  

Franco Basaglia, ostinato uomo-contro, in opposizione a quella che, allora, si definiva 'istituzione totale'.

Il grande cavallo blu, Orecchio Acerbo, 2012
Diciamo francamente che la lettura del Grande Cavallo Blu, che Orecchio Acerbo ha appena pubblicato, con il testo di Irène Cohen-Janka e i disegni di Maurizio Quarello, ci ha emozionato perché ha rimandato il nostro orologio indietro di quarant’anni, a quel 1973 quando i manicomi esistevano eccome, e le porte erano serrate a guardia e contenimento di quel mondo separato. Ci sarebbero voluti ancora degli anni prima che la visione di Basaglia divenisse legge dello stato e i manicomi fossero 'quasi' definitivamente ‘chiusi’, ma in quel 1973 le basi erano state gettate. I ‘matti’ cominciavano a passeggiare per i vialetti alberati dell’ospedale psichiatrico di Trieste, pochi ‘coraggiosi’ visitatori si avventuravano all’interno di porte timidamente aperte, si fermavano allo spaccio per un caffè o una bibita, prima timorosi poi rassicurati dall’aria di tranquillità che vi si respirava. Chi ebbe a vivere quell’esperienza, non può non ricordarla come uno dei momenti fondanti della propria presa di coscienza civile.


Disegno di Maurizio Quarello

Peppe Dell’Acqua, uno dei medici che allora lavorarono con Basaglia riandò, in un libro pubblicato nel 1980, ai giorni del cavallo azzurro:
Marco Cavallo è una macchina teatrale. I matti non lo hanno costruito materialmente, non lo hanno mai toccato. Mentre cresceva la sua struttura in legno, mentre prendeva forma la cartapesta, mentre si plasmava la testa, i matti hanno costruito, senza mai toccare il cavallo, ripeto, qualcosa di più duraturo, di più indefinito. Il colore azzurro. (…)

Ospedale psichiatrico di Trieste, 1973
La libertà: i muri del manicomio frantumati, la teoria infinita di matti che, dietro al cavallo, esce dalla breccia e si perde per le vie della città. Boris accompagna il corteo suonando la fisarmonica. I nemici, la lotta ai nemici, a chi vuole chiudere la breccia, a chi vuole ricacciare nel recinto, nell'ordine fermo e servo, chi finalmente comincia a camminare, a scoprire che ha le gambe. Marco Cavallo in testa, in prima fila. Era una limpida domenica di marzo, pulita dalla bora quando Marco Cavallo tentò di uscire dal laboratorio. Era troppo grande, appesantito dal carico di bisogni, desideri che si portava dentro. Le porte erano strette, provò la porta del giardino, poi la veranda, pensando di saltare la ringhiera. Cercò di piegarsi, di mettersi di taglio, si abbassò, pancia a terra, si ferì. Niente. Restava chiuso dentro. Tutti erano lì a guardarlo: era quello il suo momento. Cominciò a correre nervoso per il lungo corridoio del vecchio reparto «P» trasformato in laboratorio, avanti e indietro, proprio come avevano fatto per anni i malati che lo avevano abitato. Giuliano cercò di calmarlo, dicendo che bisognava aspettare, che forse non era quello il momento, che bisognava avere pazienza. I malati cominciarono a pensare di avere solo sognato, secoli di grigio tornarono nelle loro teste, urla disumane assordarono le loro orecchie. Marco Cavallo, fremendo, testa bassa, cominciò una corsa furibonda, come impazzito, verso la porta principale e, senza più esitazione, oramai a gran carriera, aggredì quel pezzo di azzurro e di verde oltre la porta.

Saltarono gli infissi, i vetri. Caddero calcinacci e mattoni. Marco Cavallo arrestò la sua corsa nel prato, tra gli alberi, ferito e ansimante, confuso all'azzurro del cielo. Gli applausi, gli evviva, i pianti, la gioia guarirono in un baleno le sue ferite. Il muro, il primo muro era saltato. La prima grande uscita in città, paradossalmente trionfale. Poi, così come era destino, in giro per il mondo. La carica simbolica, certo, l'hanno costruita i matti.

Disegno di Maurizio Quarello

Cohen e Quarello, quarant’anni dopo, hanno ricostruito la storia con l’attenzione dello storico e le parole del poeta. È il racconto di un cavallo vero che non ce la fa più a portare il peso della sua età e della sua fatica ed è la storia del suo amico Paolo, il bambino che vive all’interno dell’ospedale dove si curano ‘quelli che sono malati nell’anima’. Quei malati sono strani e teneri, ma possono anche essere cattivi e imprevedibili.

Disegno di Maurizio Quarello

Non hanno età. Ci sono giovani che sembrano vecchi e vecchi che sembrano bambini. I loro occhi possono lanciare fiamme o rimanere completamente spenti. Sono spesso dolcissimi e a volte cattivissimi. E talvolta così brutti che fa paura guardarli. Non sanno come ci si comporta a tavola, né per strada. Né in nessun altro luogo. Hanno strane idee e paure terribili. Come Sandro che resta per ore fisso, immobile. Crede di essere di vetro, quindi si muove molto poco e molto adagio, perché ha paura di rompersi.”

Disegno di Maurizio Quarello

Il cavallo Marco rimane all’interno dell’ospedale anche se non è più capace di lavorare e  un grande cavallo di cartapesta viene costruito in suo omaggio e memoria. Per farlo uscire in città si dovranno abbattere i muri, e questo è il succo della storia. Con il muro che crolla per far uscire il cavallo la metafora è completa e la storia di una macchina teatrale e di una rivoluzione di civiltà diventa narrazione simbolica e fatto poetico.

Irène Cohen-Janka, Maurizio A. C. Quarello, Il Grande Cavallo Blu, Orecchio Acerbo, euro 12,50.

Disegno di Maurizio Quarello

domenica 18 settembre 2011

L'autobus di Rosa Parks

Un gesto simbolico, e coraggioso, quello di Rosa Parks, morta nel 2005 all’età di 92 anni, che, nel 1955 a Montgomery, Alabama, non cedette, su un autobus, il proprio posto a un bianco e rappresentò, come qualche volta accade nella storia, un battito di ali di farfalla in grado di scatenare una tempesta. 

Illustrazione di Maurizio AC Quarello

Quel gesto costò a Rosa Parks l'immediato arresto, ma innescò anche il compatto boicottaggio dei mezzi pubblici da parte della comunità nera. Un boicottaggio che, sotto la guida di un allora sconosciuto Martin Luther King, si protrasse per ben 381 giorni e che generalmente è considerato il punto d'origine del movimento per i diritti civili. La protesta finì solo dopo che una sentenza della Corte Suprema americana "desegregazionò" gli autobus.
Un gesto insomma che segna un punto di non ritorno nella storia della società civile, non solo americana. E pensare che Rosa Parks non si sognava nemmeno, con il suo gesto, di diventare un simbolo della lotta contro la segregazione razziale: anni dopo, a chi le chiedeva il perché del suo gesto, rispondeva candidamente di non essersi alzata dal suo posto solo perché “… mi facevano tanto male i piedi!”

Come tutti i momenti altamente simbolici l'abbiamo bene impresso nella nostra memoria visiva. La vediamo, nella fotografia qui a lato della Corbis/Bettmann, la minuta donnina nera seduta al proprio posto sull'autobus.

Ovviamente, la foto è una ricostruzione, simbolica, a posteriori. Ma al nostro immaginario non interessa: quello di cui ha bisogno è di un'immagine, il più possibile idealizzata, da imprimere ad eterna memoria. Un esempio di "falso" fotografico talmente potente da sopravvivere, come paradigma dell'avvenimento rappresentato, ben oltre la stessa evidenza della ricostruzione.
Ed infatti, è proprio così che in fondo ci piace ricordare Rosa, seduta sull'autobus di Montgomery, Alabama, destinazione Cleveland Avenue, mentre si rifiuta di alzarsi nonostante le minacce dell'autista. Vedendola nella foto, siamo un po' partecipi anche noi della sua piccola, enorme rivoluzione.

Anche il nonno afroamericano che accompagna il nipotino a vedere il Museo Ford e che lo invita a sedersi al posto di Rosa Parks nell’autobus che portava a Cleveland Avenue è partecipe di quella rivoluzione. Ma lui su quell’autobus, quel primo dicembre 1955, c’era davvero; era un giovane che tornava dal lavoro ed era seduto accanto a Rosa. Lui si alzò, però, dal suo posto all’intimazione dell’autista di lasciare il posto ai bianchi. Rosa non si alzò e quei gesti, il suo e quello di Rosa, ancora gli pesano, sessant’anni dopo, sull’anima. Non ebbe abbastanza coraggio e la storia gli passò accanto senza saperla cogliere. In fondo è questa la lezione che il vecchio ha imparato e che oggi cerca di trasmettere al nipote.

Per questo ti ho portato qui oggi, per ricordarti che c’è sempre un autobus che passa nella vita di ognuno di noi. Io l’ho perso tanti anni fa. Tu tieni gli occhi aperti: non perdere il tuo…

Bello e asciutto il racconto di Fabrizio Silei che esce in questi giorni, con i disegni di Maurizio Quarello, per Orecchio Acerbo.

Illustrazione di Maurizio AC Quarello
Pieno di amarezza per non essere stato all’altezza di Rosa ma pieno anche d’orgoglio per essere stato presente e aver visto farsi la storia, il nonno cerca di fare ammenda della sua mancanza di coraggio trasmettendo al nipote la ‘necessità’ di quel coraggio. È un viaggio, quello dell’autobus fermo nel museo, della memoria che il vecchio e il bambino fanno insieme sovrapponendo i ricordi. Il mondo in bianco nero dei 'disegni d’epoca' di Maurizio Quarello è cupo, perché i ricordi sono cupi; memorie di violenza, di prevaricazione, di abusi. Era il mondo della 'supremazia' bianca, dei bar per 'whites only', delle scuole separate, del Ku Klux Klan. Il bambino deve conoscere quel mondo per sapersene difendere.

Un bel libro che Orecchio Acerbo pubblica in collaborazione con Amnesty International e che esce, in contemporanea, in Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Grecia e Brasile.

Fabrizio Silei, Maurizio A.C. Quarello, L’autobus di Rosa, Orecchio Acerbo, 15,00 euro.

Illustrazione di Maurizio AC Quarello

martedì 24 maggio 2011

Da Bologna a Gerusalemme


Yana Bukler, illustratrice israeliana, e Nurit Shilo Cohen, curatrice della sezione Illustrazione del The Israel Museum, hanno organizzato una mostra di nove autori, selezionati tra i loro preferiti contattati e scelti alla Fiera del libro di Bologna: Philip Giordano, Serena Intilia, Svjetlan Junakovic, Violeta Lopiz, Maurizio Quarello, Alessandro Sanna, Gek Tessaro, Valeria Valenza, Javier Zabala. Ognuno degli autori ha raccontato, graficamente, la sua vita con una 'lettera'che viene esposta, insieme ai disegni, fino a settembre all’Israel Museum‘s Youth Wing Library, la libreria per ragazzi del The Israel Museum di Gerusalemme.

 Siamo naturalmente lieti per Serena Intilia, che ha appena pubblicato con noi In viaggio, che sarà oggetto di due laboratori, proprio questa settimana, a Roma, durante la Tribù dei lettori.

Gli appuntamenti con i laboratori di Serena sono previsti giovedi 26 maggio alle ore 9,30 presso la libreria Scuola e Cultura e venerdi alle ore 11,30 presso la libreria Il Ghirigoro.

La lettera grafica e uno dei disegni di Serena Intilia esposti a Gerusalemme